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In 2012 a working group of distinguished colleagues updated the AUSIT Code of Ethics, which regulates the professional conduct of AUSIT members, both translators and interpreters, and on which all NAATI candidates are tested. The code, written in the early 1990s, and officially endorsed at the 1995 General Meeting, has been an essential tool for professionals, but so much has changed in the space of less than twenty years, that an update was maybe even overdue.

A few months ago I attended a panel discussion about the new code at the latest AUSIT Biennial Conference in Sydney, presented by Uldis Ozolins, where we had the chance to examine and discuss the changes to the code. Christian Schmidt was also enlightening in talking about this precious contribution to the process during the National AGM at the end of the conference.

Let’s have a quick look at the new code. In terms of structure, the major change is that to Section 6 of the old code, formerly titled “Employment,” and now basically split into two sections, called “6. Clarity of Role Boundaries” and “7. Maintaining Professional Relationships.” The two sections, which, put together, are longer than the old one they replaced, offer a much clearer understanding of the themes they deal with, which will help practitioners and clients alike. Furthermore, this is the only instance where the code got more verbose in the re-writing process. Overall, each section has been greatly simplified and shortened: Section 1 (Professional Conduct) went from 15 points subdivided into five sub-sections to just six points. Section 5, (Accuracy) went from 4 sub-sections, and a total of 11 points, to 4 simple points. All the other sections are considerably shorter and will appear much clearer and to the point to people who are not part of the industry. This is a great achievement: the much more concise format of the new code, and the clearer language used make it much easier for clients to get an idea of what they can and should expect by a T&I service provider.

This is of pivotal importance to ensure a smooth and mutually beneficial relationship between the client and the T&I service provider. For example, I was asked several times to change or explain some section of an official document. Sometimes a client might even ask me to add information which is nowhere to be found, or to change a date on a document on the basis that they are going to apply for a new copy which they expect to be issued on that date.

I have also encountered a few clients who sounded quite concerned about what I might do with their personal details and any information acquired while carrying out a job. Clearly, a Code of Ethics with a detailed section about Confidentiality, is an excellent way to show clients what they can and should expect from us as professionals.

Of course, explaining what the boundaries of my role are is easy and has always proven effective. Furthermore, it positively affects the client’s perception of the translator as a highly ethical professional, satisfying their need to know that they are dealing with a professional who is required to maintain an extremely high level of integrity. Still, I have noticed that some clients had minor troubles with the wording of the Code, and I was very happy to see that the new version will be an even more effective tool to educate clients and allow them to save valuable time and resources.

Finally, as an Italian, I can’t help but comparing the Australian case with that of my home country – AUSIT and its Code of Ethics, as well as body like NAATI, might still be far from perfect, but they are at the forefront, globally, in terms of protecting, advancing and regulating our profession. Italy still lacks – and desperately needs – an accreditation body comparable to NAATI and a professional body comparable to AUSIT. How my former university colleagues manage to navigate a market that does without these two pillars is beyond me. A simple, superficial analysis actually suggest that the consequences are disastrous, and directly linked with some of the major woes of translation in Italy. Unskilled translators market themselves well above their true level of competence, at amazingly low prices, and clients, big and small, assign them projects which often result in major embarrassments (like the official website of the Italian Ministry of Tourism). Setting a bar, like NAATI accreditation, and having a professional body that requires its members to abide to a code of conduct would doubtlessly sweep away unskilled and untrained people claiming to be translators, leaving the market to professionals. Without unskilled people driving prices down, translators could finally be able to compete on quality of service, rather than sacrificing it to compete on prices with unskilled competitors. This shift, by itself, is a major ethical imperative, and figures like the ones we read in the latest AUSIT report, with an average fee of $25 per 100 words, show that a high emphasis on ethics and conduct is not just fluff. On the contrary, it even affects, in a not-so-indirect way, the livelihood of professionals and therefore the quality of the services we provide.

The Orator - O Le TulafaleQualche mese fa mi è arrivata una telefonata dalla Nuova Zelanda. Philip Saffery di Toitereo Linguists cercava un traduttore italiano per sottotitolare un film. Ero entusiasta. Era da un po’ che andavo a caccia di opportunità in quel campo, senza fortuna. Dimmi di più, gli ho detto. La cosa si è fatta sempre più interessante. Il film si intitolava  The Orator – O Le Tulafale, il primo lungometraggio samoano interamente girato a Samoa, con un cast samoano, in lingua samoana. Nientemeno che un film storico. Confesso che non sapevo molto di Samoa, nonostante qui in Australia viva una notevole comunità samoana. Chiaramente Philip, che ha trascorso anni in Polinesia e parla correntemente te reo Maori ed altre lingue polinesiane, si era già occupato dei sottotitoli inglesi, quindi si trattava in sostanza di una traduzione dall’inglese all’italiano.

Ciononostante, potrete immaginare che un film sulle tradizioni samoane presenti non poche sfide per una persona che non sa molto di quella cultura. Per fortuna Wikipedia e Google danno accesso ad una cornucopia di informazioni mica da ridere, e nel giro di un paio di giorni sono diventato, seppur temporaneamente, una specie di esperto di storia, politica e costume samoano. Mi ricordo ancora le informazioni fondamentali, ma purtroppo, come molti altri traduttori, tendo a ripulire la mia cache di tanto in tanto, per far spazio a quel che mi servirà avere a portata di mano per il progetto successivo.

Lavorare a dei sottotitoli è stata un’esperienza nuova per me, e me la sono davvero goduta. Tutt’altra cosa rispetto al tradurre letteratura, dato che quel formato impedisce non solo di utilizzare note e spiegazioni, ma a volte richiede una compressione del testo d’arrivo così che possa risultare leggibile per il pubblico nei brevi momenti in cui rimane impresso sullo schermo. David Bellos ne parla nel capitolo 12 del suo interessantissimo e divertente Is That a Fish in Your Ear? nel quale ci dice anche che

Ormai è una convenzione pensare che lo spettatore medio sia in grado di leggere soltanto 15 caratteri al secondo; e [...] non si possono inserire più di 32 caratteri alfabetici in una riga. Inoltre non si possono mostrare più di due righe alla volta senza coprire una porzione significativa dell’immagine. [...] il sottotitolatore ha circa 64 caratteri a disposizione, spazi inclusi, che possono restare sullo schermo al massimo pochi secondi e che devono esprimere i significati chiavi di un’inquadratura o di una sequenza nella quale i personaggi spesso dicono molte più cose. [...] è davvero incredibile che già si possa fare.

Bellos ha ragione, ma in realtà la maggior parte delle volte riesci a risolvere con una certa naturalezza se sei un bravo traduttore. Per fortuna in questo  film non ci sono conversazioni troppo rapide. Il film usa un tipo di dialogo piuttosto formale, spesso molto poetico e simbolico, cosa che ha semplificato non poco il lavoro da questo punto di vista. Contare le sillabe dell’originale samoano e quelle dei sottotitoli inglesi, ad esempio, era un modo per verificare che i miei sottotitoli non fossero troppo prolissi. Il problema era piuttosto l’impossibilità di usare delle note per termini ed usanze samoane con le quali non avevo nessuna familiarità.

Per fortuna i produttori avevano preparato un esauriente press kit per gli addetti ai lavori, per spiegare alcuni degli elementi culturali e delle usanze samoane a critici e giornalisti occidentali. Il press kit ha giocato un ruolo molto particolare nel processo di traduzione, dato che era parte del mio lavoro tradurlo, con tutti i problemi di cui ho appena parlato, ma d’altro canto con le sue spiegazioni mi ha anche aiutato a destreggiarmi fra gli elementi culturalmente specifici del film. Inoltre, sapere che gli spettatori al Festival del Cinema di Venezia avrebbero avuto a portata di mano quelle informazioni ha aiutato a contenere il panico di un povero traduttore che non poteva usare note e non aveva neppure spazio per le parafrasi.

Prendiamo ad esempio le complesse strutture sociali contenute nella parola samoana  “matai”:

I Matai sono i detentori di titoli onorifici. Si dividono in due categorie, i capi veri e propri o alii;  e i capi oratori (tulafale).  Anche le donne si dividono in due categorie, faletua e tausi, faletua le mogli dei capi, e tausi, le mogli degli oratori. Gli uomini privi di titoli (chiamati taulele’a se presi singolarmente) vengono collettivamente chiamati ‘aumaga;  le donne prive di titoli, comprese le donne non sposate o le mogli di uomini che non detengono alcun titolo, vengono chiamate con il titolo onorifico le nuu o tama’ita’i (letteralmente ‘il villaggio delle donne’) e collettivamente aualuma. Ognuno di questi gruppi [ossia Alii e Faipule ovvero i matai; faletua e tausi ovvero le mogli dei matai; gli ‘aumaga ossia la comunità degli uomini privi di titoli, e le aualuma, ossia la comunità delle donne prive di titoli] ha un ruolo specifico nell’organizzazione del villaggio. 

Non è poi così difficile, lo so, ma è una struttura così radicalmente diversa da quella della società australiana o anche da quella assai più tradizionale dei miei parenti nel sud Italia, che già mi sembrava parecchio complessa e basata sull’onore! Nei sottotitoli non c’è spazio per spiegare nulla di tutto questo. Prendiamo un’altra tradizione samoana presente nel film, l’ifoga:

Si tratta di un rituale dove chi reca offesa supplica il perdono di chi ha subito il torto. Alla base dell’ifoga stanno tre elementi: il rimorso e la vergogna dei responsabili, l’estensione della responsabilità alla famiglia e all’intero villaggio, e il perdono della famiglia della vittima. Tradizionalmente i colpevoli si inginocchiano, coperti da stuoie di pregiata fattura. Gli offesi dimostrano il proprio perdono quando si avvicinano all’ifoga e tirano via le stuoie.

L’ ifoga rappresentato nel film dura per giorni, i colpevoli si inginocchiano sotto le stuoie, e sotto una pioggia torrenziale, resistendo al sonno finché la vittima del loro bullismo non esce a perdonarli. Senza una spiegazione, e a causa dei limiti di spazio e di tempo imposti dai sottotitoli, uno spettatore occidentale  sarebbe stato del tutto confuso da questa scena. (“Ehi, ma cosa fa sotto quella stuoia? Lui è quello più grosso, ha già preso a calci nel culo il piccoletto, e adesso si prostra per giorni ad aspettare che quello accetti le sue scuse?! Non ha nessun senso!”) Sono rimasto molto colpito dall’umanità e dalla bellezza di questo rituale, dalla forza che onore e famiglia riescono ad esercitare persino sul cattivone del villaggio, dall’ovvia sincerità che genera. Mi piacerebbe discuterne a lungo, ma non sono un sociologo e non è questa la sede. Lasciatemi solo dire che grazie a queste cose  tradurre quei sottotitoli è stata un’esperienza che mi ha arricchito molto dal punto di vista culturale.

Si è trattato, poi, con l’eccezione di una manciata di documenti legali, della mia prima ri-traduzione. Non stavo traducendo dal samoano – che suona dolce come il miele ma del quale, ahimè, non capisco una parola – ma, come ho detto, dalla traduzione di Philip dal samoano all’inglese. C’è tutta una questione di fiducia in ballo in un lavoro del genere. Mi fidavo di Philip, che ha un curriculum davvero notevole, e sapevo che la New Zealand Film Commission non avrebbe scelto un traduttore qualunque per un film che sarebbe poi diventato il rappresentante della Nuova Zelanda agli Oscar. Ciononostante, qui e là, quando il testo inglese era un po’ nebuloso, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse a causa del gap culturale fra la mentalità occidentale e la tradizione samoana, o se ci fosse un errore di traduzione. Si trattava, puntualmente, del primo caso, ma  era comunque necessario stare particolarmente attenti ogni volta che qualcosa suonava strano, dato che non potevo consultare l’originale  e risolvere io stesso la questione.

Ci sono stati anche piccoli problemi squisitamente linguistici, come ad esempio l’uso della parola  “banished  in inglese, che, per quanto ho capito, era una traduzione piuttosto diretta della parola samoana. In italiano, però, “banished” si traduce diversamente a seconda dei contesti: “esiliato” nel caso di “banished from a village” ma  “ripudiato” se “banished by one’s family.” Chiaramente dovevo assicurarmi che la parola non avesse un grande peso simbolico, che sarebbe andato perduto “dividendo” il termine nelle due diverse traduzioni italiane.

Per quanto riguarda le parole samoane, ho dovuto soppesare attentamente le opzioni di traduzione di “lavalava” che indica in sostanza quel che gli europei chiamano  “pareo,”  usando il termine tahitiano. L’ultima cosa che volevo fare era sminuire l’atmosfera distintamente samoana del film usando una parola presa in prestito da una cultura “abbastanza vicina.” Sembrava esattamente quel che avrebbero fatto – e facevano – quei cialtroni spacciatori dell’esotico che vendevano concetti semplicistici come “orientale,” “africano,” e “aborigeno” ai romantici borghesi occidentali come se fossero categorie monolitiche. Alla fine ho scelto “lavalava,” giacché quando un uomo dice “togliti il lavalava” ad un altro che indossa solo un pezzo di tessuto diventa abbastanza ovvio cosa sia un lavalava.

Insomma, tanta carne al fuoco, e come se non bastasse ci sono scappati anche due biglietti per la prima del film al Festival del Cinema di Venezia. In quel periodo mi trovavo in Italia, e mi sono detto, perché no? Devo ammettere che leggere i miei sottotitoli sul grande schermo è stata una bella gratificazione ma che me la stavo anche facendo un po’ sotto. Ho guardato tutto il film con implacabile attenzione e ho solo trovato cinque o sei cose che avrei cambiato, non molte per un traduttore puntiglioso. Quando il pubblico si è messo a ridere a battute che avevano attraversato mezzo mondo e due lingue, ho cominciato a rilassarmi.

Il film si è guadagnato una standing ovation e una menzione speciale, a Venezia, anche se non credo certo che sia per i miei sottotitoli – Tusi Tamasese è un narratore brillante e poetico, che è riuscito a far funzionare un film coraggioso che è al contempo drammatico, visivamente ricchissimo, eppure assai sobrio. è stato un privilegio ed un onore essere coinvolto, seppur marginalmente, nel suo successo, e spero che gli spettatori italiani possano goderselo, possibilmente senza storcere il naso davanti ai miei sottotitoli.

The Orator - O Le TulafaleA few months ago I received a call from New Zealand. Philip Saffery from Toitereo Linguists was looking for an Italian translator for a subtitling job. I was thrilled. I had been chasing subtitling work for a while, without any luck. Tell me more, I said. It got more and more interesting. The film was called The Orator – O Le Tulafale, the first ever Samoan feature film, entirely shot in Samoa, with a Samoan cast, by a Samoan director, and in the Samoan language. Nothing short of an historical film. I confess that I did not know much about Samoa, despite the fact that Australia is home to a pretty big community of Samoan expats. Of course Philip, who lived in Polynesia for ages and is fluent in te reo Maori and other Polynesian languages, had already done the English subtitles, so it was essentially an English to Italian job.

Still, you can probably guess that a film about Samoan traditions does present certain challenges for someone who is not very knowledgeable about that culture. Lucky for us, Wikipedia and Google gave me access to a wealth of information, and within a couple of days I had temporarily become some kind of expert on the history, politics and customs. I still remember the essentials, but unfortunately, like many other translators, I do tend to clean up my cache every now and then, to make room for what I need to have handy for my next project.
Working on subtitles was a new experience for me, and I enjoyed it immensely. It’s quite different from translating literature, as the format rules out not only all notes and explanations, but sometimes can also require a compression of the target text to make it readable to the audience in the limited time for which the text appears on the screen. David Bellos points it out in Chapter 12 of his brilliant and entertaining Is That a Fish in Your Ear? where he also tells us that

It has become a convention to regard average filmgoers as capable of reading only about 15 characters per second; and [...] no more than 32 alphabetic characters can be displayed in a line. In addition, no more than two lines can be displayed at a time without obscuring significant parts of the image. [...] the subtitler has around 64 characters including spaces that must be displayed for a few seconds at most to express the key meanings of a shot or sequence in which characters may speak many more words than that. [...] It’s really amazing that it can be done at all.

It really is, but it’s also true that most of the times you work it out pretty naturally if you are a good translator. Luckily, this film does not include fast-paced conversation. It is quite formal in its use of dialogue, which is often very poetic and symbolic, therefore making it a bit easier to subtitle. Counting the syllables of the original Samoan speech and of the English subtitles I was translating from was one way to check that my subtitles weren’t too long. The problem was rather the impossibility of using explanatory notes for Samoan terms and customs that I was not familiar with.

Luckily, the producers had prepared a very insightful press kit to explain some of the cultural elements and traditional Samoan customs to Western journalists and critics. The press kit had a unique role in the process, as it was part of my job to translate that, as well, with all the issues I just pointed out, but on the other hand the explanations it contained helped me navigate the cultural elements of the film. Moreover, knowing that viewers at the Venice Film Festival would have the press kit handy somewhat eased the panic of a translator who can’t use explanatory notes and has no room for paraphrase, either.

Let’s take the complex social structures underlying the Samoan word “matai”:

Matai are titleholders.  They are divided into 2 categories, chiefs  (alii);  orators (tulafale).  Women are divided into two categories, faletua and tausi, faletua i.e. wives of chiefs, tausi i.e. wives of orators. Untitled men (taulele’a )as a group are called ‘aumaga, (singular: taule’ale’a);  untitled women, including women not married to men who hold  matai titles, are honorifically addressed as  le nuu o tama’ita’i (literally the village of the ladies) and are known collectively as aualuma.  Each grouping i.e. Alii & Faipule which are the matai;  faletua and tausi which are the wives of the matai;  the ‘aumaga i.e. the collective of untitled men, the aualuma i.e the collective of untitled women; has a specific role to play in the village governance.

Not particularly hard, I know, but still so radically different from Australian society and even from the most traditional elements of my father’s Southern Italian family, which I though was very complex and honor-based! It is simply not possible to explain any of that in the subtitles. Another Samoan tradition depicted in the movie is the ifoga:

A ritual where the offending party pleads for pardon from the offended party. Three elements sustain ifoga:  a sense of remorse and shame by the perpetrator, accountability by the family and village, and forgiveness by the victim’s family.  Traditionally the culprit(s) kneel covered in fine mats.  Ritual acceptance by the offended party occurs when they approach the ifoga party and pull away the mats. 

The ifoga in this film lasts for days, the culprits kneel under the mats and under pouring rain, fighting back sleep until the victim of their bullying comes out to forgive them. Without the press kit, and because of the space and time constraints in subtitling, a Western viewer would have been completely lost in front of this scene. (“Hey, what’s he doing under that mat? He’s the bigger guy, he already kicked the little guy’s butt once, now he’s prostrating himself for days waiting to be excused?! It makes no sense at all!”) I was struck and amazed by the humanity and beauty of this ritual, by the strength that honor and family can exert even on the big bad village bully, by the obvious sincerity that it fosters. I’d love to discuss this ritual at length, but I am not a sociologist and this is not the place. Let me just say that things like that made translating the subtitles of the movie a very enriching experience from a cultural point of view.

Another interesting aspect was that this was, with the exception of a few legal document, my first re-translation. I was not translating from Samoan – which sounds sweet as honey  but, alas, I can’t understand a word of it – but, as I said, from Philip’s translation from Samoan to English . There is an underlying issue of trust in such an undertaking. I did trust Philip, as his resumé is very impressive and the NZFC wouldn’t have picked a random translator for a movie that eventually became New Zealand’s entry in the Academy Awards. Still, here and there, where the English text was a bit obscure, I couldn’t help but wonder if it was because of a cultural gap between Western mindset and Samoan tradition, or if there was a mistake in the translation. Almost invariably, it was the first case, but I still had to take particular care anytime something sounded strange, as I could not go back to the original and work it out myself. Philip was a precious ally, though, and would always have an answer for me.

There were a few linguistic issues, as well, like the use of a word like “banished  in English which, as I understand, was a pretty direct translation of the Samoan. The word, though, translates into Italian differently in different context: “esiliato” in the case of “banished from a village” but “ripudiato” in “banished by one’s family.” Clearly, I had to check that the word did not carry too much symbolic meaning, which would have been lost by “splitting” it into two words in the Italian.

As far Samoan words are concerned, there was the issue of “lavalava” which is basically what most Europeans would call a  “pareo,”  a word that comes from Tahitian. The last thing I wanted to do was to diminish the distinctively Samoan flavour by using a word borrowed from a “close enough” culture. It seemed to be something that careless peddlers of the “exotic” would do and indeed used to do, selling simplistic concepts like “oriental,” “african,” and “aboriginal” to romantic bourgeois Westerners  as if they were monolithic categories. I did go for “lavalava” in the end, and when a guy wearing just that piece of cloth is told to “take off your lavalava” it becomes pretty obvious what a lavalava is.

Also, it all got unexpectedly glamorous when I got offered two tickets for the film’s premiere at the 68th Venice Film Festival. I happened to be in Italy at the time, and I said, why not? Having all those people reading my subtitles was extremely gratifying and quite scary, to tell you the truth. I watched it all with unforgiving attention and I only found five or six things I would have changed, which is really not a lot, for a picky translator. When the audience laughed at jokes that crossed half a world and two languages, I started to relax.

The film earned a standing ovation and a special mention in Venice, and I don’t think my subtitles played much of a  role in this – Tusi Tamasese is a brilliant and poetic storyteller, who managed to pull off a courageous film which is emotional, visually rich and yet understated. It was a privilege and an honour to be involved, even if peripherally, in its success, and I hope viewers in Italy will be able to enjoy it without cringing at my subtitles.

Ogni tanto i miei amici non addetti ai lavori mi chiedono del mio lavoro. O sono tutti molto educati, oppure l’idea di tradurre libri affascina parecchio. Una cosa che mi stupisce sempre è sentirmi chiedere come ci si comporta con nomi e soprannomi. Sono fortemente ed ostinatamente contrario all’addomesticazione dei testi tradotti, quindi potrete immaginare che tradurre addirittura i nomi dei personaggi di un testo mi fa accapponare la pelle.

A guardarmi indietro, è una cosa che mi urta sin da quando ero bambino. Non mi perdevo una puntata di Holly e Benji, e mi crollò il mondo addosso quando, anni dopo, mi resi conto che quei ragazzini giapponesi non si potevano certo chiamare Oliver Hutton, Mark Lenders, Benji Price e Tom Becker. E infatti erano Tsubasa Ozora, Kojiro Hiyuga, Genzo Wakabayashi, Taro Misaki. Quando guardavo il cartone animato, non sapevo ancora l’inglese, e il giapponese non lo so nemmeno ora. Però non è che i nomi originali fossero poi tanto più difficili da pronunciare rispetto a questi nomi inglesi. E in ogni caso, se proprio li si voleva cambiare, a quel punto tanto valeva usare dei nomi italiani. Ma, si sa, l’inglese fa molto fico. Più avanti, appena uscito dalle medie, divenni un avido lettore di Dragon Ball, e mi resi conto che i nomi dei personaggi nella serie TV erano stati cambiati… dal giapponese al giapponese. Eh già, a parte Son Goku e pochi altri, i nomi restavano oscuri e continuavano a suonare giapponesi, ma venivano distorti o troncati. In questo caso non si poteva nemmeno addurre la scusa della semplicità o della familiarità. Era un po’ come chiamare Topo Gigio “Top Gig”, insomma, tanto vale lasciarlo com’è, o no?

Ma passiamo alle cose serie. Nel mio lavoro di traduttore letterario mi è capitato di cambiare i nomi dei personaggi soltanto nel caso in cui si trattasse di soprannomi. In Dermaphoria di Craig Clevenger (capolavoro mai pubblicato che giace da qualche parte a Segrate – un perfetto esempio di harakiri mondadoriano) conosciamo molti dei personaggi che gravitano intorno al protagonista soltanto con i loro soprannomi. Abbiamo Jack and the Beanstalk, due tipi loschi e paranoici che ogni tanto bussano alla sua porta. Jack è piccolino, l’altro, come dice il nome, è uno spilungone allampanato. Poi c’è The Glass Stripper, una spogliarellista che si esibisce in una cabina di vetro nelle viscere di Los Angeles. E ancora Toe Tag, un bambino autistico che squarta, macella e fa sparire cadaveri per conto del suo paparino criminale. Tutti soprannomi che andavano tradotti per renderne l’efficacia. Come quasi sempre accade, però, quei soprannomi erano a dir poco difficili da tradurre, soprattutto perché, con l’eccezione di Toe Tag, erano parte di una serie di riferimenti al mondo delle favole che ritornavano lungo tutto l’arco della narrazione. Jack and the Beanstalk altro non è che il titolo della famosa favola del fagiolo magico. Ma quei due davvero non si sarebbero potuti chiamare “Giacomino e il Fagiolo Magico”. Per quanto riguarda The Glass Stripper, si tratta di un riferimento alla “glass slipper”, e cioè la “scarpetta di cristallo” di Cenerentola. In questo caso, tanto per cominciare, le regole dell’italiano imponevano l’uso di una preposizione diversa, facendo perdere sin da subito ogni possibilità evocativa – la spogliarellista in questione non è fatta “di” cristallo, poteva essere al massimo “la Spogliarellista del cristallo”. Avrei potuto infischiarmene bellamente e accettare la perdita, ma Craig Clevenger, l’autore, mi aveva detto chiaramente che avrebbe voluto mantenere i riferimenti fiabeschi, quindi bisognava trovare una soluzione soddisfacente. Ecco che Jack and the Beanstalk diventano Jack e lo Spaventapasseri (un riferimento a Il Mago di Oz, citato anche altrove nel romanzo). Per quanto riguarda la ragazza, invece, mi sono dovuto accontentare di chiamarla “la Fata dietro al vetro”, perdendo parecchio ma mantenendo perlomeno l’alone fiabesco. Tradurre “Toe Tag”, poi, nonostante l’assenza di riferimenti alle favole, si è rivelato una sfida non da poco. La traduzione letterale è “cartellino all’alluce”, un tantino strano e verboso come soprannome, no? E allora ho fatto un passo indietro. Il nome del personaggio testimonia la fine ineluttabile che tocca a chiunque abbia la sfortuna di incontrarlo. Dovevo trovare un nome che rendesse tutto questo, e non è stato facile.

Necrologio? Obitorio? No, non mi soddisfacevano. Non sembravano adatti ad essere usati come soprannomi. E poi mancava la sfumatura medica, l’odore di formalina.

Bisturi, allora? Troppo preciso, troppo pulito. Frangicoste? Troppo tecnico. Okay, lasciamo perdere il riferimento ospedaliero, concentriamoci sull’idea di una fine dolorosa.

Calvario, forse? Suona un po’ come Mario, Dario, che so… Berengario. Come nome ci starebbe anche. Troppo religioso, però, qualcuno potrebbe pensare che ne valga quasi la pena, visto il riferimento.

Gira che ti rigira, ho scelto Supplizio. Probabilmente avrei potuto trovare qualcosa di meglio, ma di certo era una descrizione accurata del personaggio e del suo ruolo nella vita delle persone.

Come abbiamo appena visto, quando si tratta di soprannomi la traduzione è non solo auspicabile, ma necessaria, se non si vuole rischiare di far perdere elementi importanti al lettore italiano che magari non mastica l’inglese. Certe volte però, sarebbe il caso che editor e revisori, a volte anche troppo zelanti a cambiare traduzioni perfettamente logiche, sviluppassero un po’ più di orecchio per quel che potrebbe suonare ridicolo. Vi devo confessare, infatti, che l’idea per questo post senza pretese mi è venuta imbattendomi in un libro nella biblioteca della Società Dante Alighieri di Brisbane, dove insegno italiano. Cercavo dei titoli per bambini, da prendere in prestito e leggere a mia figlia. Quand’ecco che vedo questo: Melanie Miraculi – Strega in azione. So bene che si tratta del nome della streghetta nell’originale inglese, nel quale, giocando sull’aggettivo miraculous, l’accento va messo sulla “a”, però – e non credo di essere un sessuomane – nel leggere il titolo ho subito pensato a un’accanita guardona con la passione del didietro. Insomma, stona, e pure parecchio. Una semplice scelta di buon senso – trasformare la “u” in “o” – avrebbe reso il titolo meno soggetto a battute sinceramente scontante ma comunque da mettere in conto.

Ancora una volta, è dura trovare una regola e seguirla. Si naviga a vista, si improvvisa, ci si adatta, si reinventa, tutte cose difficili quando a guidarci devono essere concetti vaghi ed arbitrari come “orecchio” e “buon senso”. Ma forse è proprio questa la bellezza del nostro lavoro.

A couple of weeks ago I was given the Versatile Blogger Award by Rebekka Wellmanns, of In Other Words. What can I say? It’s always nice to get a nice response from people, especially when they work in the same field and can provide an informed feedback. This blog has been through some ups and downs as I tried to maintain it despite a very busy year at work and the birth of my wonderful Eila in March, which sort of rearranged priorities, as I’m sure you’ll understand. So it was deeply satisfying that Rebekka though of me.

Anyway, for the lucky ones who are about to get nominated by me, here are the award rules:

1. Thank the award-giver and link back to them in your post.

2. Share 7 things about yourself.

3. Pass this award along to 15 recently discovered blogs you enjoy reading.

4. Contact your chosen bloggers to let them know about the award.

Let’s move on to the 7 things about me. I know, not that interesting, but, hey, that’s the rule.

1.  I grew up in Savona, Italy, and lived in Bochum (Germany), Lyon (France) and I now live in sunny Brisbane, in the Land Down Under.

2. At age 15 I decided I was going to be a rock star. At age 17 I decided I was going to be a novelist. After some ill-advised experimenting, I realised there were a lot of already written novels that I could re-write,  and I decided to be a translator, in order to avoid accusation of plagiarism. I still play and make music, when I get the chance, and occasionally produce secret and disappointing writing experiments.

3. I love cooking and I’m pretty darn good at it.

4. One of the things that make me think I’m cut out to be a translator is that I constantly feel like I exist somewhere in between languages and cultures, but also in between social groups, political ideology, music genres, etc.

5. The ooh-is-that-a-kindle-no-way-I-love-how-paper-feels-and-the-smell-of-a-new-book crowd is really starting to get on my nerves (not to mention that despite the chopping of trees, the printing process, and the emissions needed to ship “real” books, they probably think I am the degenerate yuppy).

6. I have a wonderful daughter called Eila who gives me more joy than all other things combined.

7. I’m not bad, I’m just drawn that way.

Now, I need to list 15 of my favourite, recently discovered blogs. And the winners are:

No Peanuts! for Translators

There’s Something About Translation

TLUC Blog

LiberIdea

Terminologia etc.

A Walk in the Words

La stanza del traduttore

Transubstantiation

Language Hat

DC Blog

Una Vita Vagabonda

In Other Words

Three Percent

Translate This!

All right, then. Time to tell these people I like them. Stay tuned.

Google Street View CarNegli ultimi quindici anni la tecnologia ha trasformato radicalmente il modo di lavorare dei traduttori. Una volta si passava la maggior parte del tempo a sfogliare glossari e pesantissimi dizionari cartacei, a perdere la vista fra le righe piccole alla ricerca di una frase idiomatica, e soprattutto si visitava regolarmente la biblioteca locale per ricercare i riferimenti più oscuri.

Negli anni ’90 arrivarono i dizionari su CD-rom. Si scriveva una parola, e saltava fuori all’istante. Scrivevi la parola chiave della frase idiomatica che cercavi, e una frazione di secondo dopo eccola lì, bella evidenziata. Oggi ci appare normale, ma all’inizio doveva sembrare una specie di magia. Questi sviluppi, relativamente recenti, hanno davvero dato una spinta alla produttività dei traduttori, riducendone al contempo l’ansia, la depressione e la frustrazione – e non è poco. Ma era soltanto l’inizio. Quando Internet divenne un lusso alla portata di molti, aprì spazi nei quali si potevano scandagliare giganteschi archivi a velocità mai immaginate prima. Le directory di Yahoo! erano enormi e pronte per la ricerca. Si poteva stare meglio di così? Certo che sì. Entrò in scena Google. Avanti veloce, e tredici anni dopo Google è lo strumento che uso di più nel mio lavoro di traduttore.

Se la maggior parte dei miei colleghi confermerà di usare Google più di qualsiasi altro strumento, e se chiunque può facilmente capire il perché, molte meno persone penserebbero che anche Street View è uno strumento prezioso per il nostro lavoro.

Google Street View è semplicemente fantastico. In molti lo usano per mostrare agli amici dove sono stati in vacanza, o la via dove sono cresciuti. Ad altri piace farsi un’idea della zona nella quale pensano di prenotare un albergo o di avventurarsi a tarda sera per un concerto. Chi ha un sacco di tempo libero si perde virtualmente per le strade di città sconosciute. Insomma, è uno strumento prezioso nella vita quotidiana e una manna dal cielo per i curiosi cronici.

Come ho già detto, pochi immaginano che Street View sia uno strumento prezioso per un traduttore. Quando in un testo incappo in un riferimento ad un luogo, vado subito a cercarlo con Google, controllo se esiste, apro la corrispondente pagina di Wikipedia, trovo qualche immagine, magari un sito turistico. I siti turistici e le gallerie fotografiche, tuttavia, si limitano spesso a mostrare la attrazioni principali – senza contare che troverete milioni di immagini di ogni angolo di Parigi, ma per quanto riguarda una cittadina della campagna texana, beh… quella è un’altra storia. Grazie a questo strumento, però, il traduttore può facilmente farsi un’idea molto precisa persino dei luoghi meno conosciuti.

Stewart Beach Park, Galveston, TX

Traducendo Galveston, lo straordinario esordio di Nic Pizzolatto, mi sono letteralmente perso per le strade fatiscenti di quell’isola, “percorrendo” il lungomare per vedere quel che stavano vedendo i personaggi. Ok, i bar e gli alberghi di cui scrive Pizzolatto non c’erano (ce n’erano però tantissimi che corrispondevano alla sua descrizione)  ma in ogni caso sono riuscito a farmi un’idea dell’atmosfera dell’isola di Galveston. Va da sé che si può tranquillamente tradurre senza avere la minima idea di come siano i luoghi descritti, e innumerevoli scrittori hanno ambientato le proprie storie in luoghi esotici pur senza esserci mai stati, e senza averne visto una singola immagine. E probabilmente si tratta di una delle abilità più importanti per un autore, la capacità di immaginare l’aspetto, gli odori, i suoni, le sensazioni di un luogo.

Ciononostante, la possibilità di avere perlomeno un’impressione visiva può fare una grande differenza quando bisogna scegliere fra due quasi-sinonimi, e ci permette di visualizzare gli eventi con molta più accuratezza, aiutandoci quindi a dissipare eventuali dubbi relativi all’ambientazione, e di conseguenza a produrre una traduzione più accurata.

O Toole's Pub, Chicago, IL

Nel suo sorprendente romanzo Ogni cosa è importante! Ron Currie, Jr. nomina numerosissimi bar, ristoranti, negozi. Con mio grande stupore, quella volta mi accorsi che esistevano tutti nel mondo reale. Sia per un traduttore sia per un semplice lettore, poter stare davanti al pub di Chicago nel quale il protagonista si sta ubriacando in compagnia del suo amico amputato e tossicodipendente di certo aggiunge valore all’esperienza e, molto semplicemente, un’esperienza di lettura più intensa permette al traduttore di lavorare meglio.

C’è qualche altro collega che usa Street View nello stesso modo, o per altri scopi connessi al lavoro?

P.S. è interessante notare come Google Street View si sia rivelato per me infinitamente più utile del sorprendente ma pur sempre pessimo Google Translate.

Google Street View CarIn the last fifteen years technology has radically transformed the way in which translators work. Translators used to spend most of their time browsing through heavy paper dictionaries and glossaries, lose their eyesight in the small lines of a definition to look for an idiomatic phrase, and planned regular trips to the local library to research the most puzzling references.

In the 1990s dictionaries started to be published on CD. You wrote the word, it popped up. You wrote the key word of the idiom you were looking for, and there it was, highlighted in a split second. It sounds normal, today, but it must have seemed like magic, at first. This relatively recent development truly boosted translators’ productivity, while reducing anxiety, depression and frustration – not a mean feat. And that was just the beginning. When the Internet became affordable for the average translator working from home, it opened up spaces where one could research huge directories, at speeds never imagined before. Yahoo!’s directories where huge and searchable. Could it get any better than that? Of course it could. Enter Google. Fast-forward to thirteen years later, and Google is the main tool I use in my work as a translator.

If most translators would probably confirm that they use Google more than any other tool, and if the average person can easily understand why that is, fewer people would guess that Street View is a precious tool in our trade.

Google Street View is nothing short of awesome. Many people use it to show their friends where they have been on holiday, or the street where they grew up. Others like to get a feel of an area before booking a hotel or venturing out to a late-night concert. Those with a lot of spare time simply get virtually lost through the streets of an unknown foreign city. It’s a precious tool for everyday life and a bonanza for the chronically curious.

As I said, not many people would assume that Street View is an amazing tool for literary translators. When I encounter a reference to some place in a text, I immediately Google it, check out if it exists, check the Wikipedia entry for it, find a few pictures, maybe a tourism website. Tourist websites and photo galleries, though, are pretty much limited to the main attractions – not to mention that you’ll find countless pictures of Paris, but a small town in rural Texas, well… that’s another story. With this kind of tool, the translator can easily get a very precise idea of the most obscure place where a story is set.

Stewart Beach Park, Galveston, TXWhile translating Galveston, the amazing debut by Nic Pizzolatto, I truly got lost through the dingy streets of that Texan island, I “walked” along the seaside to see what the characters where seeing. Ok, the businesses and addresses he wrote about were not really there (although countless others, of the same kind, were) but I got the feeling, the atmosphere of Galveston island. Needless to say, one can of course translate without having the vaguest idea of what a place looks like, and writers used to set their stories in exotic places without having been there, and without having seen a single picture of them. And that’s probably one of the greatest skill an author needs, the ability to imagine how a place looks, smells, sounds, feels like.

Still, being able to get at least a visual impression can make all the difference when we have to establish which one of two quasi-synonyms we need to use, and allows us to visualise the events a lot better, which certainly helps to dissipate any doubts about the setting, and therefore to produce and accurate and meaningful translation.

O Toole's Pub, Chicago, ILIn his brilliant novel Everything Matters! Ron Currie, Jr. mentions heaps of bars, restaurants and shops. Much to my surprise, that time I discovered that they all exist in the real world. Whether you are a translator or just a reader, being able to stand in front of the Chicago pub where your main character is getting drunk with his drug-addled amputee friend certainly adds to the experience, and – quite simply – an enhanced reading experience will result in a better performance by the translator.

Anyone else out there using Street View to check out the locations of the story they are translating?

P.S. interestingly, I have found Google Street View much more useful in my job than the surprising but still dreadful Google Translate.

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