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The Orator - O Le TulafaleQualche mese fa mi è arrivata una telefonata dalla Nuova Zelanda. Philip Saffery di Toitereo Linguists cercava un traduttore italiano per sottotitolare un film. Ero entusiasta. Era da un po’ che andavo a caccia di opportunità in quel campo, senza fortuna. Dimmi di più, gli ho detto. La cosa si è fatta sempre più interessante. Il film si intitolava  The Orator – O Le Tulafale, il primo lungometraggio samoano interamente girato a Samoa, con un cast samoano, in lingua samoana. Nientemeno che un film storico. Confesso che non sapevo molto di Samoa, nonostante qui in Australia viva una notevole comunità samoana. Chiaramente Philip, che ha trascorso anni in Polinesia e parla correntemente te reo Maori ed altre lingue polinesiane, si era già occupato dei sottotitoli inglesi, quindi si trattava in sostanza di una traduzione dall’inglese all’italiano.

Ciononostante, potrete immaginare che un film sulle tradizioni samoane presenti non poche sfide per una persona che non sa molto di quella cultura. Per fortuna Wikipedia e Google danno accesso ad una cornucopia di informazioni mica da ridere, e nel giro di un paio di giorni sono diventato, seppur temporaneamente, una specie di esperto di storia, politica e costume samoano. Mi ricordo ancora le informazioni fondamentali, ma purtroppo, come molti altri traduttori, tendo a ripulire la mia cache di tanto in tanto, per far spazio a quel che mi servirà avere a portata di mano per il progetto successivo.

Lavorare a dei sottotitoli è stata un’esperienza nuova per me, e me la sono davvero goduta. Tutt’altra cosa rispetto al tradurre letteratura, dato che quel formato impedisce non solo di utilizzare note e spiegazioni, ma a volte richiede una compressione del testo d’arrivo così che possa risultare leggibile per il pubblico nei brevi momenti in cui rimane impresso sullo schermo. David Bellos ne parla nel capitolo 12 del suo interessantissimo e divertente Is That a Fish in Your Ear? nel quale ci dice anche che

Ormai è una convenzione pensare che lo spettatore medio sia in grado di leggere soltanto 15 caratteri al secondo; e […] non si possono inserire più di 32 caratteri alfabetici in una riga. Inoltre non si possono mostrare più di due righe alla volta senza coprire una porzione significativa dell’immagine. […] il sottotitolatore ha circa 64 caratteri a disposizione, spazi inclusi, che possono restare sullo schermo al massimo pochi secondi e che devono esprimere i significati chiavi di un’inquadratura o di una sequenza nella quale i personaggi spesso dicono molte più cose. […] è davvero incredibile che già si possa fare.

Bellos ha ragione, ma in realtà la maggior parte delle volte riesci a risolvere con una certa naturalezza se sei un bravo traduttore. Per fortuna in questo  film non ci sono conversazioni troppo rapide. Il film usa un tipo di dialogo piuttosto formale, spesso molto poetico e simbolico, cosa che ha semplificato non poco il lavoro da questo punto di vista. Contare le sillabe dell’originale samoano e quelle dei sottotitoli inglesi, ad esempio, era un modo per verificare che i miei sottotitoli non fossero troppo prolissi. Il problema era piuttosto l’impossibilità di usare delle note per termini ed usanze samoane con le quali non avevo nessuna familiarità.

Per fortuna i produttori avevano preparato un esauriente press kit per gli addetti ai lavori, per spiegare alcuni degli elementi culturali e delle usanze samoane a critici e giornalisti occidentali. Il press kit ha giocato un ruolo molto particolare nel processo di traduzione, dato che era parte del mio lavoro tradurlo, con tutti i problemi di cui ho appena parlato, ma d’altro canto con le sue spiegazioni mi ha anche aiutato a destreggiarmi fra gli elementi culturalmente specifici del film. Inoltre, sapere che gli spettatori al Festival del Cinema di Venezia avrebbero avuto a portata di mano quelle informazioni ha aiutato a contenere il panico di un povero traduttore che non poteva usare note e non aveva neppure spazio per le parafrasi.

Prendiamo ad esempio le complesse strutture sociali contenute nella parola samoana  “matai”:

I Matai sono i detentori di titoli onorifici. Si dividono in due categorie, i capi veri e propri o alii;  e i capi oratori (tulafale).  Anche le donne si dividono in due categorie, faletua e tausi, faletua le mogli dei capi, e tausi, le mogli degli oratori. Gli uomini privi di titoli (chiamati taulele’a se presi singolarmente) vengono collettivamente chiamati ‘aumaga;  le donne prive di titoli, comprese le donne non sposate o le mogli di uomini che non detengono alcun titolo, vengono chiamate con il titolo onorifico le nuu o tama’ita’i (letteralmente ‘il villaggio delle donne’) e collettivamente aualuma. Ognuno di questi gruppi [ossia Alii e Faipule ovvero i matai; faletua e tausi ovvero le mogli dei matai; gli ‘aumaga ossia la comunità degli uomini privi di titoli, e le aualuma, ossia la comunità delle donne prive di titoli] ha un ruolo specifico nell’organizzazione del villaggio. 

Non è poi così difficile, lo so, ma è una struttura così radicalmente diversa da quella della società australiana o anche da quella assai più tradizionale dei miei parenti nel sud Italia, che già mi sembrava parecchio complessa e basata sull’onore! Nei sottotitoli non c’è spazio per spiegare nulla di tutto questo. Prendiamo un’altra tradizione samoana presente nel film, l’ifoga:

Si tratta di un rituale dove chi reca offesa supplica il perdono di chi ha subito il torto. Alla base dell’ifoga stanno tre elementi: il rimorso e la vergogna dei responsabili, l’estensione della responsabilità alla famiglia e all’intero villaggio, e il perdono della famiglia della vittima. Tradizionalmente i colpevoli si inginocchiano, coperti da stuoie di pregiata fattura. Gli offesi dimostrano il proprio perdono quando si avvicinano all’ifoga e tirano via le stuoie.

L’ ifoga rappresentato nel film dura per giorni, i colpevoli si inginocchiano sotto le stuoie, e sotto una pioggia torrenziale, resistendo al sonno finché la vittima del loro bullismo non esce a perdonarli. Senza una spiegazione, e a causa dei limiti di spazio e di tempo imposti dai sottotitoli, uno spettatore occidentale  sarebbe stato del tutto confuso da questa scena. (“Ehi, ma cosa fa sotto quella stuoia? Lui è quello più grosso, ha già preso a calci nel culo il piccoletto, e adesso si prostra per giorni ad aspettare che quello accetti le sue scuse?! Non ha nessun senso!”) Sono rimasto molto colpito dall’umanità e dalla bellezza di questo rituale, dalla forza che onore e famiglia riescono ad esercitare persino sul cattivone del villaggio, dall’ovvia sincerità che genera. Mi piacerebbe discuterne a lungo, ma non sono un sociologo e non è questa la sede. Lasciatemi solo dire che grazie a queste cose  tradurre quei sottotitoli è stata un’esperienza che mi ha arricchito molto dal punto di vista culturale.

Si è trattato, poi, con l’eccezione di una manciata di documenti legali, della mia prima ri-traduzione. Non stavo traducendo dal samoano – che suona dolce come il miele ma del quale, ahimè, non capisco una parola – ma, come ho detto, dalla traduzione di Philip dal samoano all’inglese. C’è tutta una questione di fiducia in ballo in un lavoro del genere. Mi fidavo di Philip, che ha un curriculum davvero notevole, e sapevo che la New Zealand Film Commission non avrebbe scelto un traduttore qualunque per un film che sarebbe poi diventato il rappresentante della Nuova Zelanda agli Oscar. Ciononostante, qui e là, quando il testo inglese era un po’ nebuloso, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse a causa del gap culturale fra la mentalità occidentale e la tradizione samoana, o se ci fosse un errore di traduzione. Si trattava, puntualmente, del primo caso, ma  era comunque necessario stare particolarmente attenti ogni volta che qualcosa suonava strano, dato che non potevo consultare l’originale  e risolvere io stesso la questione.

Ci sono stati anche piccoli problemi squisitamente linguistici, come ad esempio l’uso della parola  “banished  in inglese, che, per quanto ho capito, era una traduzione piuttosto diretta della parola samoana. In italiano, però, “banished” si traduce diversamente a seconda dei contesti: “esiliato” nel caso di “banished from a village” ma  “ripudiato” se “banished by one’s family.” Chiaramente dovevo assicurarmi che la parola non avesse un grande peso simbolico, che sarebbe andato perduto “dividendo” il termine nelle due diverse traduzioni italiane.

Per quanto riguarda le parole samoane, ho dovuto soppesare attentamente le opzioni di traduzione di “lavalava” che indica in sostanza quel che gli europei chiamano  “pareo,”  usando il termine tahitiano. L’ultima cosa che volevo fare era sminuire l’atmosfera distintamente samoana del film usando una parola presa in prestito da una cultura “abbastanza vicina.” Sembrava esattamente quel che avrebbero fatto – e facevano – quei cialtroni spacciatori dell’esotico che vendevano concetti semplicistici come “orientale,” “africano,” e “aborigeno” ai romantici borghesi occidentali come se fossero categorie monolitiche. Alla fine ho scelto “lavalava,” giacché quando un uomo dice “togliti il lavalava” ad un altro che indossa solo un pezzo di tessuto diventa abbastanza ovvio cosa sia un lavalava.

Insomma, tanta carne al fuoco, e come se non bastasse ci sono scappati anche due biglietti per la prima del film al Festival del Cinema di Venezia. In quel periodo mi trovavo in Italia, e mi sono detto, perché no? Devo ammettere che leggere i miei sottotitoli sul grande schermo è stata una bella gratificazione ma che me la stavo anche facendo un po’ sotto. Ho guardato tutto il film con implacabile attenzione e ho solo trovato cinque o sei cose che avrei cambiato, non molte per un traduttore puntiglioso. Quando il pubblico si è messo a ridere a battute che avevano attraversato mezzo mondo e due lingue, ho cominciato a rilassarmi.

Il film si è guadagnato una standing ovation e una menzione speciale, a Venezia, anche se non credo certo che sia per i miei sottotitoli – Tusi Tamasese è un narratore brillante e poetico, che è riuscito a far funzionare un film coraggioso che è al contempo drammatico, visivamente ricchissimo, eppure assai sobrio. è stato un privilegio ed un onore essere coinvolto, seppur marginalmente, nel suo successo, e spero che gli spettatori italiani possano goderselo, possibilmente senza storcere il naso davanti ai miei sottotitoli.

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The Orator - O Le TulafaleA few months ago I received a call from New Zealand. Philip Saffery from Toitereo Linguists was looking for an Italian translator for a subtitling job. I was thrilled. I had been chasing subtitling work for a while, without any luck. Tell me more, I said. It got more and more interesting. The film was called The Orator – O Le Tulafale, the first ever Samoan feature film, entirely shot in Samoa, with a Samoan cast, by a Samoan director, and in the Samoan language. Nothing short of an historical film. I confess that I did not know much about Samoa, despite the fact that Australia is home to a pretty big community of Samoan expats. Of course Philip, who lived in Polynesia for ages and is fluent in te reo Maori and other Polynesian languages, had already done the English subtitles, so it was essentially an English to Italian job.

Still, you can probably guess that a film about Samoan traditions does present certain challenges for someone who is not very knowledgeable about that culture. Lucky for us, Wikipedia and Google gave me access to a wealth of information, and within a couple of days I had temporarily become some kind of expert on the history, politics and customs. I still remember the essentials, but unfortunately, like many other translators, I do tend to clean up my cache every now and then, to make room for what I need to have handy for my next project.
Working on subtitles was a new experience for me, and I enjoyed it immensely. It’s quite different from translating literature, as the format rules out not only all notes and explanations, but sometimes can also require a compression of the target text to make it readable to the audience in the limited time for which the text appears on the screen. David Bellos points it out in Chapter 12 of his brilliant and entertaining Is That a Fish in Your Ear? where he also tells us that

It has become a convention to regard average filmgoers as capable of reading only about 15 characters per second; and […] no more than 32 alphabetic characters can be displayed in a line. In addition, no more than two lines can be displayed at a time without obscuring significant parts of the image. […] the subtitler has around 64 characters including spaces that must be displayed for a few seconds at most to express the key meanings of a shot or sequence in which characters may speak many more words than that. […] It’s really amazing that it can be done at all.

It really is, but it’s also true that most of the times you work it out pretty naturally if you are a good translator. Luckily, this film does not include fast-paced conversation. It is quite formal in its use of dialogue, which is often very poetic and symbolic, therefore making it a bit easier to subtitle. Counting the syllables of the original Samoan speech and of the English subtitles I was translating from was one way to check that my subtitles weren’t too long. The problem was rather the impossibility of using explanatory notes for Samoan terms and customs that I was not familiar with.

Luckily, the producers had prepared a very insightful press kit to explain some of the cultural elements and traditional Samoan customs to Western journalists and critics. The press kit had a unique role in the process, as it was part of my job to translate that, as well, with all the issues I just pointed out, but on the other hand the explanations it contained helped me navigate the cultural elements of the film. Moreover, knowing that viewers at the Venice Film Festival would have the press kit handy somewhat eased the panic of a translator who can’t use explanatory notes and has no room for paraphrase, either.

Let’s take the complex social structures underlying the Samoan word “matai”:

Matai are titleholders.  They are divided into 2 categories, chiefs  (alii);  orators (tulafale).  Women are divided into two categories, faletua and tausi, faletua i.e. wives of chiefs, tausi i.e. wives of orators. Untitled men (taulele’a )as a group are called ‘aumaga, (singular: taule’ale’a);  untitled women, including women not married to men who hold  matai titles, are honorifically addressed as  le nuu o tama’ita’i (literally the village of the ladies) and are known collectively as aualuma.  Each grouping i.e. Alii & Faipule which are the matai;  faletua and tausi which are the wives of the matai;  the ‘aumaga i.e. the collective of untitled men, the aualuma i.e the collective of untitled women; has a specific role to play in the village governance.

Not particularly hard, I know, but still so radically different from Australian society and even from the most traditional elements of my father’s Southern Italian family, which I though was very complex and honor-based! It is simply not possible to explain any of that in the subtitles. Another Samoan tradition depicted in the movie is the ifoga:

A ritual where the offending party pleads for pardon from the offended party. Three elements sustain ifoga:  a sense of remorse and shame by the perpetrator, accountability by the family and village, and forgiveness by the victim’s family.  Traditionally the culprit(s) kneel covered in fine mats.  Ritual acceptance by the offended party occurs when they approach the ifoga party and pull away the mats. 

The ifoga in this film lasts for days, the culprits kneel under the mats and under pouring rain, fighting back sleep until the victim of their bullying comes out to forgive them. Without the press kit, and because of the space and time constraints in subtitling, a Western viewer would have been completely lost in front of this scene. (“Hey, what’s he doing under that mat? He’s the bigger guy, he already kicked the little guy’s butt once, now he’s prostrating himself for days waiting to be excused?! It makes no sense at all!”) I was struck and amazed by the humanity and beauty of this ritual, by the strength that honor and family can exert even on the big bad village bully, by the obvious sincerity that it fosters. I’d love to discuss this ritual at length, but I am not a sociologist and this is not the place. Let me just say that things like that made translating the subtitles of the movie a very enriching experience from a cultural point of view.

Another interesting aspect was that this was, with the exception of a few legal document, my first re-translation. I was not translating from Samoan – which sounds sweet as honey  but, alas, I can’t understand a word of it – but, as I said, from Philip’s translation from Samoan to English . There is an underlying issue of trust in such an undertaking. I did trust Philip, as his resumé is very impressive and the NZFC wouldn’t have picked a random translator for a movie that eventually became New Zealand’s entry in the Academy Awards. Still, here and there, where the English text was a bit obscure, I couldn’t help but wonder if it was because of a cultural gap between Western mindset and Samoan tradition, or if there was a mistake in the translation. Almost invariably, it was the first case, but I still had to take particular care anytime something sounded strange, as I could not go back to the original and work it out myself. Philip was a precious ally, though, and would always have an answer for me.

There were a few linguistic issues, as well, like the use of a word like “banished  in English which, as I understand, was a pretty direct translation of the Samoan. The word, though, translates into Italian differently in different context: “esiliato” in the case of “banished from a village” but “ripudiato” in “banished by one’s family.” Clearly, I had to check that the word did not carry too much symbolic meaning, which would have been lost by “splitting” it into two words in the Italian.

As far Samoan words are concerned, there was the issue of “lavalava” which is basically what most Europeans would call a  “pareo,”  a word that comes from Tahitian. The last thing I wanted to do was to diminish the distinctively Samoan flavour by using a word borrowed from a “close enough” culture. It seemed to be something that careless peddlers of the “exotic” would do and indeed used to do, selling simplistic concepts like “oriental,” “african,” and “aboriginal” to romantic bourgeois Westerners  as if they were monolithic categories. I did go for “lavalava” in the end, and when a guy wearing just that piece of cloth is told to “take off your lavalava” it becomes pretty obvious what a lavalava is.

Also, it all got unexpectedly glamorous when I got offered two tickets for the film’s premiere at the 68th Venice Film Festival. I happened to be in Italy at the time, and I said, why not? Having all those people reading my subtitles was extremely gratifying and quite scary, to tell you the truth. I watched it all with unforgiving attention and I only found five or six things I would have changed, which is really not a lot, for a picky translator. When the audience laughed at jokes that crossed half a world and two languages, I started to relax.

The film earned a standing ovation and a special mention in Venice, and I don’t think my subtitles played much of a  role in this – Tusi Tamasese is a brilliant and poetic storyteller, who managed to pull off a courageous film which is emotional, visually rich and yet understated. It was a privilege and an honour to be involved, even if peripherally, in its success, and I hope viewers in Italy will be able to enjoy it without cringing at my subtitles.

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