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Posts Tagged ‘Strade Blu Mondadori’

Altro squillo di trombe, altro rullo di tamburi. Dopo mesi di latitanza, il vostro affezionatissimo è contemporaneamente in libreria con due nuove uscite targate Strade Blu. Mi tocca fare un po’ di pubblicità, anche se si tratta di due libri che in un mondo ideale andrebbero a ruba da soli. Vi ho già segnalato la pubblicazione di Galveston, di Nic Pizzolatto. Due settimane dopo, però, è uscita un’altra delle mie fatiche, l’imperdibile Ogni cosa è importante! di Ron Currie, Jr.

Si tratta di un pezzo di bravura non da poco. Ron Currie Jr. ha esordito con il “romanzo in racconti” God is Dead, che sto traducendo al momento. Dopodiché è passato al romanzo vero e proprio, e ha pensato bene di farlo in grande stile. Perché secondo me abbiamo per le mani un possibile Great American Novel.

John Junior Thibodeau nasce in una famiglia normalissima nel Maine, ma fin dalle prime righe del romanzo si capisce che Junior non è affatto un ragazzo comune. Una voce nella testa gli comunica verità che nessuna persona sarebbe normalmente in grado di scoprire. Quella più sconvolgente è che il 15 giugno 2010 – ovverosia 36 anni, 168 giorni, 14 ore e 23 secondi dopo la sua nascita – una cometa proveniente dalla Cintura di Kuiper, vicino a Giove, si schianterà contro la Terra scatenando un’energia esplosiva equivalente a 283.824.000 bombe di Hiroshima. Così, con questo fardello terribile di conoscenza, Junior dovrà affrontare e attraversare la propria esistenza. Cresciuto negli anni Ottanta, in un’epoca in cui furoreggiavano le console Atari e le piste di cocaina, costantemente tormentato dalla domanda: “Ma le cose che faccio hanno davvero importanza?”, Junior è alla disperata ricerca di un senso per un mondo che solo lui sa avere i giorni contati.

C’è un che di Donnie Darko in questa premessa. C’è del Kurt Vonnegut nel modo in cui Currie mescola satira, umorismo nero e fantascienza. Ma soprattutto c’è proprio lui, Ron Currie Jr., un acuto osservatore della storia americana degli ultimi trent’anni, dotato di una sensibilità fuori dal comune e di un coraggio che lo porta a fare a brandelli le convenzioni della narrativa per regalarci un romanzo godibilissimo e ricco di significati, che vi farà balzare sulla sedia più di una volta, con un sorriso incredulo in volto. Fidatevi.

La traduzione è stata un viaggio meraviglioso. Currie racconta questa storia fra il familiare e l’epico servendosi di molteplici voci che si alternano a far da narratori. Il protagonista, Junior, con la sua intelligenza fantascientifica e il cinico nichilismo che gli deriva dalla terribile consapevolezza della fine imminente. Suo fratello Rodney, che da bambino ribelle diventa un campione di baseball. Il padre John Sr., commovente ritratto di quel tipo d’uomo che parla poco ma fa due lavori per mantenere la sua famiglia, senza lamentarsi mai. Forse il personaggio più toccante del libro. La madre, Debbie, una casalinga fantasma schiacciata dal passato. Amy, l’amore di sempre, affascinante e disarmante, praticamente la ragazza alternativa ideale degli anni ’90. E, infine, la voce che più di tutti contraddistingue questo libro, ossia quella che Junior sente nella sua testa sin da quando è stato concepito, e che non di rado lo guida lungo il corso della sua esistenza, con un vena piuttosto sarcastica nel descrivere le dinamiche della vita umana con spietata lucidità.

Credo sia facile capire quanto sia stato stimolante calarsi nei panni di tutti questi narratori e rendere la diversità delle loro voci in italiano. Sono orgoglioso di aver potuto tradurre in italiano questo libro, e spero sinceramente che abbia il successo che merita – e lo dico spassionatamente, io non prendo una lira di più.

Buona lettura.

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Let the drums roll out, and let the trumpets call. Again. After long, slow months, yours truly is in your favourite Italian bookshops with two new books by Strade Blu Mondadori. I have already talked about Nic Pizzolatto‘s Galveston. Two weeks later, another one of my translations made the bookshelves, Ogni cosa è importante! (Everything Matters!) by Ron Currie, Jr.

It’s an unmissable little masterpiece. Currie’s debut, God is Dead – which I am currently translating – was a brilliant novel-in-stories. Then the author moved to take on the novel proper, and he did it in style. Maybe it’s just me, but it might just be the latest Great American Novel.

Junior Thibodeau has known, since he was in the womb, exactly how and when the world was going to end: by direct impact with a comet on June 15, 2010, at 3:44 p.m. – roughly thirty-six years after Junior’s birth. Junior has voices in his head that tell him as much, along with other prophetic tidbits of information, much more than any child can or should have to handle. But, despite knowing that he’ll never see his thirty-seventh birthday, Junior goes through life, coping as best he can with his cocaine-addict-turned-pro-ballplayer brother, his overprotective and alcoholic mother, his distant and ill father, and Amy, his childhood sweetheart and the love of his life. Junior is unique, but for all of his skills and knowledge, can he possibly prevent the inevitable? And if he can’t, what difference do any of his other choices make, anyway?

There’s something of Donnie Darko in the premise. There’s something of Kurt Vonnegut in Currie’s way of mixing satire, black comedy and sci-fi. But above all there’s Ron Currie Jr. himself, an acute observer of the last thirty years of American history, a writer with an extraordinary sensitivity and a courage that allows him to rip narrative conventions to shreds in order to give us a very enjoyable and meaningful novel. One which will make you jump on your chair more than once, with an incredulous smile on your face. Trust me.

Translating this book was a wonderful journey. The main challenge, and greatest pleasure, was the fact that Currie uses multiple voices and points of view to narrate the story. The main character, Junior, with his extraordinary intelligence and the cynical nihilism which follows the terrible awareness of the impeding end of all things. His brother Rodney, first a rebellious kid, then a baseball icon. Their father, John Sr., a moving portrait of that kind of man who doesn’t talk much but works two jobs to support his family, without ever complaining. Possibly the most touching character of the book. The mother, Debbie, a sort of ghost-housewife burdened by a difficult past. Amy, the love of Junior’s life, fascinating and disarming, pretty much the quintessential alternative girl of the Nineties. And finally the voice that really stands out in this book, the one that Junior has been hearing since his conception, guiding him through life with its sarcastic way of describing the dynamics of human life with ruthless lucidity. Capturing the spirit of every narrator and reproducing it in Italian was a fantastic challenge, of course, and I hope I succeeded.

Another little translation challenge was that of a Spanish-speaking flight attendant, whose accent was rendered graphically with some unorthodox spelling (see here).

Enjoy reading the translation, if you’re the odd Italian reading the English version of this post. Otherwise, go and check out the original now, you won’t be able to put it down.

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Squillino le trombe, rullino i tamburi. È uscito in settimana Galveston, di Nic Pizzolatto (Strade Blu Mondadori). Un romanzo davvero bellissimo che ho avuto l’onore di tradurre e al quale spero di aver reso giustizia. Si tratta del primo romanzo per Pizzolatto, dopo un’ottima raccolta di racconti. In giro per la rete lo si trova descritto così:

Roy Cady, pregiudicato, lavora come “persuasore” per un mafioso di New Orleans. Il giorno in cui gli viene diagnosticata una malattia incurabile scampa a un tentativo di omicidio fuggendo insieme a una sconosciuta, giovanissima prostituta. […] Galveston di Nick Pizzolatto è una fiaba nerissima che racconta di personaggi alla deriva verso destini inesorabili tra Louisiana e Texas. Una storia di gente che a costo di sforzi terribili cerca di uscire dalla propria disperata solitudine. Pizzolatto ci porta dentro un universo ferocissimo e al contempo profondamente umano, dove l’eterna lotta tra il bene e il male trova uno scenario perfetto, in un paesaggio grandioso e squallido, fatto di paludi e raffinerie, di motel e oceano.

Pizzolatto ha un gran talento, descrive luoghi e sensazioni in maniera originale ma senza strafare, e sa scrivere dialoghi perfettamente realistici servendosi in modo impeccabile di quel Southern American English parlato nei luoghi in cui si svolge la storia. Una peculiarità che purtroppo è stato impossibile conservare nel processo di traduzione. Essendo ovviamente pura follia pensare di sostituire un accento regionale inglese con un accento regionale italiano, il massimo che si poteva fare era rendere l’idea di questo sottoproletariato disperato e poco istruito, tramite sgrammaticature e colloquialismi. Un piccolo esempio – ché non voglio annoiarvi troppo, e ne trovate a bizzeffe nel libro – è la parlata di Rocky, la protagonista femminile, che conclude molte delle sue frasi con “…man.” In inglese americano la cosa è assolutamente comune. In alcune traduzioni, specie nei vecchi film, avrete sentito questa gente dirsi “amico” in continuazione. Inutile dire che mi è sempre suonato finto, e nonostante sia sempre contrario ad addomesticare eccessivamente i testi, onestamente in italiano nessuno dice “Ehi, amico.” Che fare, allora? Beh, ogni scelta va inserita nel contesto più ampio del libro. Molto spesso quel “man” è l’equivalente del “cioè” tanto caro ai nostri giovani. Altre volte, invece, quel “man” rende meglio come “bello” o “capo”. Altre volte ancora è stato meglio ometterlo del tutto, visto che qualsiasi aggiunta avrebbe reso assai innaturale la frase italiana.

Altra sfida interessante è stata la resa delle espressioni razziste che il narratore adopera piuttosto spesso. Innanzitutto abbiamo i mafiosi di New Orleans. Gli epiteti  usati per descriverli sono molti e hanno connotazioni leggermente diverse: “wop”, “dago”, “guido” (questo l’ho sempre trovato molto interessante; sicuramente ci saranno stati più Giuseppe o Salvatore o Antonio, che non Guido, eppure è questo che si è imposto come nome generico per gli italiani) “goombah” (eh già, proprio una distorsione del “cumpà” con cui tanti meridionali si chiamavano l’un l’altro) e “greaseball”. Dopo aver fatto le ricerche del caso, ho optato, a seconda del contesto e delle sfumature di ogni singola situazione, per “guappo”, “tamarro”, “terrone”, “picciotto”, “paisà”.

Ho avuto un problema simile con altre due espressioni.  Innanzitutto “Polack”, la versione razzista di “Pole” o “Polish”, ossia una variante dispregiativa di “polacco”. In italiano, giacché storicamente non c’è stata immigrazione dalla Polonia, abbiamo soltanto polacco, che non è offensivo, e quindi, per conservare la forza e la sfumatura dispregiativa dell’originale è stato necessario dire “polacco di merda” là dove nell’originale figurava un semplice “Polack”. L’altra parola che non consente una traduzione letterale è “wetbacks”. In questo caso si parla di un insulto rivolto ai messicani clandestini, chiamati appunto “schiene bagnate” poiché molti di loro entravano illegalmente negli Stati Uniti attraversando a nuoto il Rio Grande, che segna il confine fra il Texas e il Messico. Ovviamente, in America tutti sono consci di questa connotazione della parola “wetback”, ma se in italiano leggessimo di un gruppo di “schiene bagnate” l’espressione sarebbe alquanto difficile da decifrare. Ancora una volta, per rendere l’atteggiamento razzista insito nell’espressione, Roy in un primo momento parla di “clandestini messicani”, per chiarire la loro condizione, e poche righe più sotto si riferisce a lor dicendo “quei cazzo di messicani”.

Al di là delle minuzie da addetti ai lavori, comunque, resta una storia piena di umanità, raccontata con rara sensibilità da un autore che sa come tenervi sulle spine fino all’ultima pagina. Galveston è un luogo carico di storia, un’isola ancora sbronza dai tempi in cui lungo le sue spiagge c’erano esploratori spagnoli e pirati francesi. Fiaccata dagli uragani e sospesa fra le risate del lungomare e la disperazione dei motel fatiscenti, è un luogo dove i sedimenti della storia continuano a venir fuori sotto l’erosione del mare e del vento. Lo stesso vale per la narrazione di Roy Cady, sospesa fra passato e presente, nella quale poco a poco i ricordi riaffiorano, permettendoci di mettere lentamente a posto i vari pezzi del puzzle.

Vi consiglio spassionatamente – percentuali sulle vendite, ahimè, non ne prendo – di andarvi a comprare e leggere questo sorprendente esordio.

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GalvestonI am pleased and proud to announce that last week Strade Blu Mondadori published Nic Pizzolatto‘s Galveston. A truly beautiful novel which I had the privilege to translate, and to which I hope I did justice. Early reviews have praised the book, which is Pizzolatto’s first novel after his brilliant collection of stories.

Pizzolatto … takes a hard-edged look at the stormy life of a compassionate criminal in his impressive first novel … As Pizzolatto switches smoothly between past and present, he vividly captures Galveston in all its desperate vulnerability as it faces the approach of Hurricane Ike in September 2008. (Publisher’s Weekly)

Pizzolatto is a very talented writer, he is able to describe places and feelings  in original ways without going overboard, and really knows how to write dialogue, especially when he uses Southern American English. Unfortunately, that’s a peculiarity that could not be rendered appropriately in the translation process. Since it would be pure madness to even think about replacing an English dialect with an Italian one, the best one could do was try to convey the idea of this often desperate and poorly educated underclass, through a warped grammar and many colloquialisms. An example would be the way the main female character, Rocky, ends most of her sentences with “…man.” In American English, this is absolutely normal. In some Italian translations, especially in old movies, you can hear those people using “amico” (“friend”). Needless to say, it just sounds fake, and despite being fiercely opposed to excessive domestication of texts, in Italian no one really says “Ehi, amico” to say hi to someone. What to do, then? Well, choices are to be made looking at the big picture, the whole work. That “man” became “cioè”, “bello,” or “capo” according to the context, and many times the best choice was to simply omit that bit, because the Italian sentence was already perfectly natural without it.

Another interesting challenge was the need to translate the many racial slurs that the narrator uses quite liberally. We have the mafia crowd in New Orleans. Roy Cady, the main character and narrator, calls them “wops”, “dagos”, “guidos” (by the way, I’ve always thought, there must have been more Giuseppes, or Salvatores or Antonios, for sure, why did Guido become the stereotypical Italian name?) “goombah” (gotta love this one, a distortion of the  “cumpa’” used by Southern Italians to address each other) and “greaseballs”. Obviously, most of them won’t make sense to an Italian ear, so I had to find equivalents that would elicit a similar reaction in the reader. After doing my research, I had a few options, and in different situations I went for “guappo”, “tamarro”, “terrone”, “picciotto”, “paisà”.

A similar problem arose with two other slurs. Firstly, “Polack”. In English we have the acceptable “Polish” and the slur “Polack.” In Italian, probably because of the lack of substantial immigration from Poland, we just have “polacco”, which sounds like “Polack” but is perfectly acceptable, and the only option anyway. So, in Italian, I had to go for “polacco di merda” (“fucking Pole”) whenever “Polack” was used, in order to keep the hateful nuance. The other expression that couldn’t be translated literally is “wetbacks”. Every American will know that it refers to Mexicans swimming across the Rio Grande to enter the United States illegally. Italian won’t, though. Once again, in order to preserve the racist nuance, Roy at first identifies them as “clandestini messicani” (“illegal Mexican immigrants”) and shortly after refers to them as “quei cazzo di messicani” (“those fucking Mexicans”).

But besides the minutiae aimed at fellow translators and other language-obsessed people, this is a story heavy with humanity, told with rare sensitivity by an author who knows how to keep you reading until the end. Galveston is a place laden with history, “still nursing a hangover” from the times of Spanish explorers and French pirates who moved along its beaches. Battered by hurricanes and torn between the laughter on the seaside and the desperation hidden in the motels. A place where history “keeps turning up”, because the sea and the wind never stop eroding and exposing the layers of history. Just like what happens with Roy Cady’s narration, which, switching between past and present, slowly and skillfully allows us to figure out where all the pieces of the puzzle go.

I warmly and sincerely recommend, and not out of personal interest – no royalties for me, unfortunately – that you all buy and read this surprising debut.

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La città dei clownUn paio d’anni fa ho avuto la fortuna di tradurre The Pilo Family Circus, il romanzo d’esordio di Will Elliott, promettente autore australiano che risiede qui a Brisbane a una manciata di chilometri da me. In Italia il libro è uscito per Strade Blu con il titolo La città dei clown, e –

Aspetta, direte, voi. Ma che c’entra la città dei clown?

Beh, in effetti nulla. Come vedete, il problema della distorsione dei titoli spunta anche in letteratura, non solo al cinema. Qui però ci sono delle buone ragioni. Il romanzo è imperniato sul circo in questione, gestito dalla famiglia Pilo, e più precisamente dai fratelli Kurt e George Pilo. Come dire “Circo Togni”. Soltanto che c’è un problema, visto che un letterale Il circo della famiglia Pilo non avrebbe funzionato, suona artefatto, nessun circo da noi ha un nome tanto lungo. La parola “Pilo”, poi, in certe zone d’Italia, suscita strane connessioni, e ormai, dopo l’impagabile Cetto Laqualunque di Albanese, il problema è nazionale. Immaginate poi, sulla scia dei suddetti Togni, o Orfei, un laconico Circo Pilo. Avrebbe suggerito qualcosa di molto diverso da questo racconto di orrore, pagliacci, acrobati e sdoppiamenti di personalità. Avrebbe fatto pensare alla storia di un uomo solo alle prese con un’estenuante e totalizzante ricerca. Al di là delle facili ironie, ho ancora delle personalissime riserve sul titolo – scelta che non spetta al traduttore – visto che di città non c’è traccia. Il libro comunque è piaciuto.

Ma, come al solito, divago. Quello che vorrei affrontare in questo post è un piccolo caso di studio. Mi sono divertito un mondo a tradurre il peculiare eloquio di uno dei protagonisti, il clown Doopy, che si esprime con uno strano, sgrammaticato ed esilarante linguaggio. Inutile dire che un simile personaggio è per l’autore un’eccellente scusa per dar sfogo alla passione per i giochi di parole. E i giochi di parole, si sa, sono una delle cose meno traducibili di qualsiasi lingua. Ho raccolto alcune delle frasi più interessanti del clown Doopy, ottimi esempi delle sfide quotidiane dei traduttori letterari. In tutti questi casi, le peculiarità dell’eloquio di Doopy erano letteralmente intraducibili, quindi si tratta di un’occasione per vedere all’opera quell’equivalenza dinamica di cui parlavo qualche post addietro, ossia, il bisogno di produrre nel lettore della traduzione un’impressione la più simile possibile a quella che l’originale suscitava nel suo pubblico. Ad esempio:

Who done it, Gonko?” said Doopy. “Who done it? They shouldn’ta oughtn’ta done it, Gonko!”

Al di là delle singole parti, il punto centrale qui era l’eccessiva abbondanza di verbi coniugati erroneamente (who done it anziché who did it, they shouldn’ta oughtn’ta done it invece di they shouldn’t have done it). Dopo qualche tentativo, ho optato per:

Chi è stato a l’ha fatto, Gonko?” chiese Doopy. “Chi è stato a l’ha fatto? Non avrebbero dovuto dover averlo fatto, Gonko!”

La ridondanza verbale di Doopy raggiunge l’apice in quest’altra frase, pronunciata in un momento di grande concitazione:

They done it again, they gone and done did it, they did doggone done do’d it!”

Che, dopo diverse revisioni, è diventata

L’hanno rifatto di nuovo, han preso e l’han far fatto, l’han proprio fatto farlo fanno preso far fatto!”

Come si può facilmente vedere, è stato necessario riformulare completamente queste frasi, immaginarsi un Doopy madrelingua italiano. Quali strafalcioni avrebbe partorito un cervello simile se avesse pensato in italiano? È una bella responsabilità, ma anche un gran bel divertimento. Altre volte Doopy storpia in maniera goffa le frasi idiomatiche, come nel caso seguente:

He pooped the question, Gonko.”

Popped?”

Yeah, that’s what he done. Goshy done went and pooped the question.”

In questo caso, ‘pop the question’ (colloquialismo che significa ‘fare una proposta di matrimonio’) diventa ‘poop the question’, dove ‘poop’ significa ‘fare la cacca’. Qui si trattava di trovare un elemento nella traduzione italiana che si prestasse ad una distorsione altrettanto infelice. Per fortuna non ho dovuto cercare molto, e ho optato per:

Gli ha fatto una prostata di matrimonio, Gonko.”

Le ha fatto una proposta di matrimonio?”

Si, ecco, quello ha fatto. Goshy ha preso, andato e gli ha fatto una prostata di matrimonio.”

Infine, il buffo linguaggio di Doopy mi ha regalato uno dei casi più gustosi di found in translation che mi siano capitati nella mia breve carriera. A un certo punto i clown stanno per sfogare la loro rabbia su uno degli acrobati del circo, e c’è il seguente scambio fra il capo clown Gonko e il nostro Doopy:

[…] What’s the opposite of a facelift?”

Squash smash face,” Doopy said.

Qui ovviamente era essenziale mantenere la consonanza fra ‘squash’ e ‘smash’. E, in pochi secondi, non soltanto avevo ottenuto il risultato sperato, ma la frase suonava addirittura meglio dell’originale, grazie ad una fortunata combinazione di lemmi italiani:

[…]qual è il contrario di un lifting?”

Uno spiaccica schiaccia faccia,” disse Doopy.

L’onomatopea della consonanza in questione lascia immaginare quel che potrebbe capitare alla faccia dell’acrobata in questione, non è vero?

In conclusione, Doopy mi ha regalato un’occasione speciale per esplorare il lato creativo, o meglio ri-creativo della traduzione. Spero che questo piccolo caso di studio senza pretese possa fare un po’ di luce sui dettagli pratici del nostro lavoro, e faccia sì che i lettori possano apprezzare un po’ di più il contributo ‘invisibile’ del traduttore.

Se siete curiosi di scoprire il mondo di Doopy, Gonko, del clown psicopatico JJ e degli altri sinistri personaggi di questo folle circo, andatevi a cercare La città dei clown, Strade Blu Mondadori. Oppure, se sapete l’inglese, cercate l’originale, The Pilo Family Circus. E continuate a leggere questo blog.

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The Pilo Family CircusA couple of years ago, I was lucky enough to translate The Pilo Family Circus, Will Elliott’s award-winning debut. Will lives in Brisbane, a few kilometers away, and is an extremely talented writer. Strade Blu Mondadori published the book in Italy under the title La città dei clown.

Wait a second. Doesn’t that mean The City of Clowns? Yeah. I know. The problem of changing titles also affects literature. But in this case, at least, there were good reasons for it. The original title wouldn’t have worked for a number of reasons, as the word ‘Pilo’ evokes some unfortunate associations in Italian. Still, I’m not entirely convinced that this was the best choice, as there is no ‘city’ of clowns in the book. The choice wasn’t mine, but in any case the book was well-received.

I had lots of fun translating the peculiar language of one of the main characters, Doopy the clown. He speaks in a strange, incoherent and exhilarating way. Needless to say, such a character is a great device for an author to have fun with puns and word plays. And these are one of the least translatable elements of any language. Here I will present a short collection of the most interesting passages, very good examples of the daily challenges of a literary translator. In all of these cases, the peculiarity of Doopy’s speech were literally untranslatable, so this is one of those times when the translator has to go for that dynamic equivalence I mentioned a while back. In simple words, it’s about producing in the reader of the translated work the closest possible impression to the one the original had on its own audience. For example:

Who done it, Gonko?” said Doopy. “Who done it? They shouldn’ta oughtn’ta done it, Gonko!”

The central point I wanted to maintain, here, was the over-abundance of badly conjugated verbs, of course. But verbs work so differently in Italian, that it wasn’t that straightforward. After a few changes, I went for

Chi è stato a l’ha fatto, Gonko?” chiese Doopy. “Chi è stato a l’ha fatto? Non avrebbero dovuto dover averlo fatto, Gonko!”

Whereas the properly conjugated verbs here would have simply been ‘Chi è stato a farlo?’ and ‘Non avrebbero dovuto farlo’ so, mimicking the original, the addition of the same verbs (or parts thereof) conjugated in different tenses did the trick. Doopy’s use of redundant verbs, though, reaches its peak in this other sentence that he utters in a moment of great commotion:

They done it again, they gone and done did it, they did doggone done do’d it!”

Which, after several versions, became

L’hanno rifatto di nuovo, han preso e l’han far fatto, l’han proprio fatto farlo fanno preso far fatto!”

It’s easy to see how these sentences needed to be completely reformulated. I had to imagine an Italian-speaking Doopy. What goofy linguistic mistakes would such a brain come up with if it were thinking in Italian? It’s a great responsibility indeed, but it’s also a lot of fun. Other times, Doopy distorts set phrases and idiomatic phrases in clumsy ways, as in:

He pooped the question, Gonko.”

Popped?”

Yeah, that’s what he done. Goshy done went and pooped the question.”

Here I needed to find an element, in the Italian translation, that was suited to such an unfortunate distortion. Luckily I didn’t have to think much, about it, and went for:

Gli ha fatto una prostata di matrimonio, Gonko.”

Le ha fatto una proposta di matrimonio?”

Si, ecco, quello ha fatto. Goshy ha preso, andato e gli ha fatto una prostata di matrimonio.”

Italian doesn’t have an idiomatic equivalent of ‘pop the question’, we rather make a plain ‘proposta di matrimonio’ (‘marriage proposal’), and that ‘proposta’ became ‘prostata’ (‘prostate’) which has quite an exhilarating effect.

Finally, Doopy’s funny speech presented me with one of the best cases of found in translation of my career. At some point the clowns are about to vent their anger on one of the circus’ acrobats, and there’s this exchange between clown leader Gonko and Doopy:

[…] What’s the opposite of a facelift?”

Squash smash face,” Doopy said.

It was obviously essential to maintain the consonance of ‘squash’ and ‘smash’. And in a few seconds, not only I had obtained that, but the Italian sentence even took that to the next level, thanks to a fortunate combination of Italian words:

[…]qual è il contrario di un lifting?”

Uno spiaccica schiaccia faccia,”disse Doopy.

If you don’t know how to pronounce Italian, this would sound something like spee-ah-cheeka skee-ah-cha fa-cha. The repetition of  hard and soft (‘k’ and ‘c’) sounds really calls to mind what could happen to the acrobat’s face, doesn’t it?

As you can see, Doopy presented me with a special opportunity to explore the creative, or rather re-creative side of translation. I hope this little and unpretentious case study will help to shed some light on the practical details of our job, and make readers appreciate the ‘invisible’ work of the translator a little bit more.

If you’re curious to discover the world of Doopy, Gonko, the psycho clown JJ and all the other sinister characters inhabiting this insane circus, go look for The Pilo Family Circus, or, if you want the Italian translation, La città dei clown. And keep reading this blog.

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