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Posts Tagged ‘Brian Nelson’

Sono appena tornato dalla conferenza organizzata dall’Australasian Association for Literature alla Monash University di Caulfield, Melbourne, e ho pensato che a qualcuno potrebbe interessare una rapida cronaca. Quest’anno il tema era Letteratura e traduzione, e ho deciso di presentare una proposta, per vedere se la mia avventura lievemente accademica al simposio di Sydney fosse soltanto una casualità. Sorprendentemente (giacché sono un umile traduttore, e non un ricercatore universitario), hanno accettato la mia proposta e ho finito col presentare un articolo intitolato Translation as Re-creation, che probabilmente pubblicherò sul blog nelle prossime settimane.

L’organizzazione era impeccabile, gli organizzatori gentilissimi, e c’era un vero e proprio sciame di idee interessanti che ronzavano per l’edificio H del campus di Caulfield. Prima di tutto abbiamo avuto l’onore di ascoltare la fantastica introduzione del relatore principale, David Damrosch, autore di What is World Literature?, stella della letteratura comparata e peso massimo nel suo campo di studi. Il suo atteggiamento modesto è davvero una boccata d’aria fresca, considerato che ha studiato a Yale ed è titolare della cattedra di Letteratura Comparata ad Harvard. Damrosch è in grado di spiegare la complessità della letteratura mondiale con sorprendente vivacità, comunicando brillantemente la propria passione e il proprio amore per la letteratura. Ti parla di Gilgamesh, aggiunge qualche riferimento a qualche tavoletta  azteca, e poi mette su un giocoso ma impeccabile accento russo leggendo le battute del fittizio scrittore russo Vladimir Brusiloff’s nel racconto breve “The Clicking of Cuthbert”, di P. G. Wodehouse.  Lasciatemelo dire, è ben difficile parlare dopo di lui.

Sfortunatamente per il resto della conferenza c’erano sempre cinque o sei sessioni contemporaneamente, quindi ho dovuto perdermi tutta una serie di relazioni che promettevano molto bene.

La prima sessione a cui ho assistito era intitolata Il processo traduttivo. Ho apprezzato molto le riflessioni di Marc Orlando sulla sua traduzione in francese di Mau Moko, un libro scritto in inglese e maori sull’arte dei tatuaggi facciali nella storia polinesiana, caratterizzato da un attivismo politico che si è dimostrato una bella sfida per il traduttore (eh già, anche gli intenti vanno tradotti). Il suo uso della musica (quattro diversi arrangiamenti de La valse d’Amelie) per dimostrare come la stessa opera si può arrangiare diversamente a seconda delle intenzioni, del contesto e del pubblico riecheggia poi uno degli argomenti che ho proposto nella mia relazione e cioè “se chi esegue una cover, o la reinterpretazione di un pezzo di musica classica è considerato un musicista, perché mai il traduttore non dovrebbe essere considerato uno scrittore?” Ho inoltre apprezzato molto il suo approccio pragmatico e moderno al problema della stranierizzazione  (ossia “lasciare in pace l’autore, portare il lettore verso l’autore”) e dell’addomesticamento (“lasciare in pace il lettore, portare l’autore verso il lettore”) che lio porta ad identificare uno spazio del traduttore, una terra di nessuno a metà fra i due poli, dove autore e lettore dovrebbero incontrarsi. Di nuovo, avevo proposto un’idea simile nella mia relazione al simposio di Sydney, mettendo in guardia rispetto all’eccessiva adesione ai poli teorici. Dopo di lui, il pirotecnico Royall Tyler ci ha regalato un’illuminante analisi della traduzione dei grandi poemi epici medievali giapponesi, con tanto di rivisitazione pop di un’opera musicale e poetica della tradizione giapponese.

Nella sessione intitolata Censura e ideologia, Belinda Calderone ha analizzato il modo in cui le traduzioni delle fiabe italiane e francesi del 16° e 17° secolo realizzate nell’Inghilterra vittoriana finivano spesso per censurare e disinfettare il testo al punto di renderlo incoerente, eliminando temi come violenza, stupro e omicidio nel tentativo di trasformare in storie per bambini quelle che erano essenzialmente leggende popolari. Feng Cui, per quanto assente, ha inviato un interessante contributo sul ruolo delle traduzioni “di stato” nel dar forma al dibattito letterario nella Cina comunista, sempre al servizio di un’agenda politica in costante aggiornamento fra la fine degli anni ’40 e la rivoluzione culturale.

In Tradurre stili e vociLeah Gerber ha affrontato il complesso problema dell’invecchiamento delle traduzioni, con un dettagliato studio delle varie traduzioni inglesi  di Emil und die Detektive di Erich Kästner, aprendo interessanti spazi di dibattito. Perché una traduzione invecchia? Ha senso ritradurre un’opera degli anni ’20 per farla suonare più contemporanea e assicurarsi che venga ancora letta? E l’originale, è anch’esso invecchiato come la traduzione? In caso di risposta negativa, è possibile trovare strategie di traduzione che possano permettere ad un testo di superare la prova del tempo senza che Emil parli come un ragazzino di oggi? Dopo di lei, Suzie Gibson ha presentato un’interessante lettura dei molti adattamenti di The Turn of the Screw, seguita dall’ottima relazione di Andrew Read che ha analizzato le traduzioni francesi e tedesche di Northern Lights di Pullman, così come l’adattamento teatrale e quello cinematografico, nel tentativo di individuare le conseguenze delle scelte del traduttore. Nell’originale la protagonista, Lyra, parla un socioletto squisitamente working class che viene reso con molta efficacia tramite l’uso non ortodosso di ortografia e grammatica. Tutte le traduzioni (e, in una certa misura, l’adattamento cinematografico) appiattivano invece il suo linguaggio, facendola parlare in modo molto più corretto, e cambiando di conseguenza non soltanto la percezione del personaggio, ma influenzando addirittura la percezione dei rapporti fra diversi personaggi. Anche qui, si tratta di un argomento che ho affrontato altrove, ed è difficile esagerare l’importanza di questa pratica per il successo di una traduzione.

Il martedì si è aperto con Fertilizzazione incrociata e trasmissione, molto promettente, e piuttosto interessante. Emily Finley si è concentrata sulla traduzione del termine hegeliano Aufheben (una parola che implica al tempo stesso distruzione e conservazione). Come tradurla: suppressAbolishRemove? Il bizzarro sublate? O forse, come suggerito da qualcuno, to take care ofChris Danta ha offerto idee molto originali ma parecchio lontane dai problemi della traduzione. Quando ha usato la parola traduzione le ha attribuito un significato molto diverso da quello comunemente accettato. Sono sicuro che qualunque studente in ambito letterario l’avrebbe trovato estremamente ben scritto, e non ho certo mancato di notarne l’originalità. Il problema è che era tutto molto distante dal mio campo. La terza presentazione, di Slobodanka Vladiv-Glover, ha analizzato il modello di parodia di Bakhtin come mezzo di trasmissione e traduzione di forme culturali, sottolineando come la traduzione possa condurre al sorgere di nuovi generi letterari in spazi nazionali nei quali erano in precedenza assenti.

Poi, con la tensione che cominciava a salire in vista del mio turno, si è fatta l’ora di Creazione e creatività (I). Curiosamente, visto che sarei apparso in Creazione e creatività (II) subito dopo pranzo, sono rimasto piuttosto deluso da due delle presentazioni. La sessione in realtà era cominciata bene, con Joel Scott e i suoi convincenti argomenti riguardo la “differenza” nella scrittura e nella traduzione. Joel ha proposto idee molto interessanti sul ruolo della differenza, compresa quella linguistica, in letteratura. Mi sarebbe piaciuto sentire di più riguardo le possibili strategie di traduzione della scrittura bilingue di Susana Chàvez Silverman e meno riguardo le implicazioni socio-politiche e post-coloniali dell’idea di differenza, ma tutto sommato la sua presentazione è stata molto coinvolgente e mi sono trovato ad annuire in risposta a diverse delle affermazioni di Joel. Dopo di lui ha parlato Luke Johnson, che si è concentrato sul processo di riconoscimento dell’autore nel proprio lavoro e nelle traduzioni del proprio lavoro, tramite uno stimolante parallelo psicologico con il bebè che impara a riconoscersi nello specchio. Si è trattato però, di una ventina di minuti quasi puramente teorici, senza un vero interesse verso il processo traduttivo. Ho quasi smesso di ascoltare, poi, quando Luke ha paragonato il traduttore a colui che scatta una fotografia. Chiunque abbia tradotto anche solo un paragrafo sa che ci vuole un po’ più che non un semplice clic. Forse se avesse sostituito il fotografo con un pittore iper-realista avrei potuto accettare il paragone. Infine, H.J. van Leeuwen ha girato intorno all’idea di traduzione con citazioni piuttosto banali e un sacco di riflessioni filosofiche. Non dubito che sia molto competente nel suo campo, ma nonostante il suo disclaimer iniziale “Non sono un traduttore” non ho potuto fare a meno di pensare che si trattasse per la maggior parte di fuffa filosofica. Attenzione, non ho intenzione di insultare nessuno. Anche questi ultimi due partecipanti chiaramente sapevano bene quel che stavano facendo. Soltanto che nessuno dei due si è occupato in maniera coinvolgente del processo traduttivo. Nonostante il mio vivo interesse per le teorie della traduzione, ho bisogno che la teoria abbia un ruolo di sostegno alla pratica, oppure che faccia luce su di essa. Quando la traduzione, in senso molto generale, diventa invece un esempio fra tanti in un discorso che non si occupa di traduzione, il mio interesse comincia a scemare, a meno che non stia ascoltando David Damrosch.

L’ultima sessione, che aveva fra i protagonisti il vostro affezionatissimo – eh già, non ho potuto rilassarmi fino alla fine – è stata, fortunatamente, tutta un’altra cosa. Emiko Okayama, traduttrice e ricercatrice, ha usato i propri studi per mostrare come le diverse traduzioni e i successivi adattamenti del romanzo dialettale cinese Suikoden in giapponese abbiano finito non soltanto per generare un’opera originale in giapponese (Nansō Satomi Hakkenden) ma addirittura per dare vita ad un nuovo genere nella letteratura giapponese. L’altra collega, Nataša Karanfilović, ha condotto uno studio molto attento per denunciare quel che ho chiamato il “lato oscuro della ri-creazione” dimostrando come una lunga serie di errori grossolani nella traduzione verso il serbo del romanzo The Aunt’s Story di Patrick White abbia non soltanto eliminato innumerevoli riferimenti culturali, ma reso il testo incoerente. La quasi inesistente reazione della critica ha finito per sabotare l’appeal di White sul mercato serbo, e infatti nessun altro dei suoi romanzi è stato tradotto dopo questo fiasco. Per quanto riguarda il vostro affezionatissimo, in attesa di una versione rifinita del mio articolo (e soprattutto in attesa della sua traduzione italiana, ancora inesistente), vi riporto il sommario, nella speranza che vogliate saperne di più:

Traduzione come ri-creazione

Il traduttore è uno scrittore? Dal punto di vista tecnico, parrebbe ovvio. La percezione, tuttavia, è spesso diversa. Se chi esegue una cover o reinterpreta un pezzo classico è considerato un musicista, per quale motivo il traduttore non dev’essere uno scrittore? Si potrebbe dire che il traduttore non è uno scrittore creativo, ma anche questo, ovviamente, non è esatto, dato che ogni traduzione impone costantemente la ricerca di soluzioni creative sia dal punto di vista linguistico che da quello culturale. In troppi, persino in ambito editoriale, hanno l’impressione che i testi esistano come entità immutabili, e che la lingua in cui sono scritti non sia che una patina che si può meccanicamente sfregare via e sostituire con una nuova. Quali sono i pericoli di questa errata concezione? I traduttori sono scrittori che manipolano creativamente gli elementi culturali e linguistici di un testo per produrre un nuovo testo, una creazione originale della quale sono anche legalmente riconosciuti come autori. Oltretutto, l’atto stesso del tradurre inevitabilmente influenza il tono e lo stile della narrazione, persino la voce dei personaggi. Il mio articolo partirà da questi problemi per esplorare l’idea della traduzione come ri-creazione, in ambedue i sensi della parola, “nuova creazione” e “distrazione, svago che ridà tono al fisico e allo spirito”, con particolare attenzione al potere rigenerante della traduzione su testi e lingue, così come su autori e lettori. 

Dopodiché abbiamo avuto l’onore di ascoltare Rita WilsonBrian Nelson e David Damrosch in una strepitosa discussione circa traduzione e letteratura mondiale, un parterre d’eccezione per un finale col botto.

Sfortunatamente ho perso l’occasione di ascoltare molti articoli che avrei probabilmente trovato interessantissimi. Laura Olcelli e il suo “disorientamento geografico e linguistico”, Felix Siddel che parlava di Buzzati e della “traduzione come catalizzatore in una carriera letteraria”, Maria Cristina Seccia con Translating Caterina Edwards: the overlap of two cultures, Luigi Gussago su Cesare De Marchi e molti altri ancora.

La buona notizia, tuttavia, è che questa conferenza aveva lo scopo preciso di “educare” l’accademia circa l’importanza della traduzione, e a giudicare dalla quantità di studiosi presenti (credo di essere l’unico senza affiliazione universitaria) sembra proprio che abbia centrato l’obiettivo. La traduzione sembra essere stranamente di moda in ambito accademico, ultimamente, e vorrei spronare tutti i traduttori a battere il ferro finché è caldo e contribuire quel che possono di modo che la traduzione letteraria possa finalmente avere il posto che merita negli studi letterari e culturali.

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I just came back from the conference organised by the Australasian Association for Literature at Monash University, Caulfield, and I thought some people might like a quick report. This year the theme was Literature and Translation, and I decided to submit an abstract, to see whether my slightly academic foray at the Sydney Symposium was just a fluke or not. Surprisingly (as I am just a humble practitioner, and not a university-based scholar), my abstract was accepted and I presented a paper titled Translation as Re-creation, which I will probably publish on this blog in the coming weeks.

The conference was impeccably organised, the hosts were lovely, and there was an abundance of interesting ideas going around the H building of the Caulfield campus. First of all, we had the privilege of listening to a fantastic keynote speech by comparative literature star David Damrosch, author of What is World Literature? and a major player shaping the future of his field of studies. His unassuming, modest attitude is really refreshing, if we consider that he studied at Yale and is Chair of Comparative Literature at Harvard. He is able to illustrate the complexities of world literature with surprising zest, brilliantly conveying his evident passion and love for literature. He can talk about The Epic of Gilgamesh, throw in a reference to Aztec texts, and then proceed to put on a playful but impeccable Russian accent when reading out the fictional author Vladimir Brusiloff’s lines from “The Clicking of Cuthbert”, a short story by P. G. Wodehouse.  Hard to follow that, let me tell you.

Unfortunately, for the rest of the conference we had five or six parallel sessions running at any given time, so I missed out on a number of promising papers.

The first session I attended was titled The Translation Process. I very much enjoyed Marc Orlando‘s reflections on his French translation of Mau Moko, an English/Maori book about the art of face tattooing in Polynesian history, imbued with a political activism which proved challenging in the translation process (yes, intents have to be translated too). His use of music (four different arrangements of La valse d’Amelie) to show how the same work can be arranged differently depending on intents, context, and audience also echoes one of the points I made in my own paper, namely “if anyone performing a cover or a rendition of a classical piece is considered a musician, why should the translator not be considered a writer?” Moreover, I appreciated his very pragmatic and contemporary approach to the problem of foreignisation (i.e. “leaving the author alone and moving the reader towards the author”) and domestication (“leaving the reader alone and moving the author towards the reader”) that leads to the identification of the translator’s space, a no-man land in between the two poles, where the author and the reader should meet. Again, I made a similar point in my paper in Sydney when warning about the excessive adherence to theoretical poles. After him the flamboyant Royall Tyler delivered an illuminating lecture on translating medieval Japanese epics, complete with a popular rendition of traditional japanese music and poetry.

On the Censorship and Ideology panel, Belinda Calderone illustrated how translations of 16th and 17th century Italian and French fables in Victorian England sanitized and censored the text to the point of incoherence and inconsistency, eliminating themes like violence, abuse, rape, and murder while trying to turn what were essentially folk tales into children stories. Feng Cui, in absentia, contributed an interesting paper about the role of state-sponsored translations shaped the literary discourse in communist China to serve the shifting political agenda from the late 1940s until the Cultural Revolution and beyond.

In Translating Style and VoiceLeah Gerber faced the complex issue of aging translations with a detailed study of Erich Kästner’s Emil und die Detektive in its various English translation, opening up room for debate. Why do translations age? Should we re-translate a work from the 1920s to make it sound more contemporary and ensure the work will still be read? And has the original aged with the translation? If not, can we find a translation strategy that will enable the text to stand the test of time without making Emil sound like a modern boy? After her, Suzie Gibson delivered a nice reading of the countless adaptations of James’s The Turn of the Screw, followed by Andrew Read‘s excellent presentation which looked at Pullman’s Northern Lights and its French and German translations as well as stage and film adaptation, in order to analyse the consequences of the translator’s choices on the work. In the original, Lyra, the main character, speaks a distinctive working class sociolect that is rendered very effectively with non-standard spelling and grammar. All translations (and, to a certain extent, the film adaptation) flatten this out, assigning Lyra much more correct speech patterns that not only change the perception of the character, but actually influence the perception of  the relationships between characters. Once again, that’s another point I made elsewhere, and it’s hard to overstate how crucial this can be for the outcome of a translation.

On Tuesday, the panel Cross-fertilisation and transmission sounded very promising, and was quite interesting, too. Emily Finley’s paper focused on the issue of translating the Hegelian term Aufheben (a word connoting simultaneous destruction and preservation). How to translate it: suppress? Abolish? Remove? The odd sublate? Or maybe, as someone from the audience suggested, with take care ofChris Danta‘s paper was very insightful but very much removed from translation issues. When he used the word translation he did not mean what we commonly understand it to mean. I am pretty sure that anyone who is active in literary scholarship would have found the paper very well-written, and I could definitely see its originality. It’s just that it was quite out of my domain as a translator. The panel also included Slobodanka Vladiv-Glover, who analysed Bakhtin’s model of parody as a means of transmission (and translation) of cultural forms, underlining how translation itself can lead to the establishment of new literary genres in national spaces where they previously absent.

Then, tension beginning to rise in anticipation of my presentation, it was time for Creation and creativity (I). Curiously enough, as I was on Creation and creativity (II) just after lunch, I was quite disappointed by two of the speakers on this panel. It actually started very well, with Joel Scott and his very compelling arguments about “difference” in writing and translating. Joel had some interesting ideas on the role of difference, including language difference, in literature. I would have loved to hear more about the possible translation process he envisions for Susana Chàvez Silverman’s bilingual writing, and less about the socio-political, post-colonial implications of difference, but all in all it was a very enjoyable paper and I found myself nodding in approval at several of Joel’s statements. The next presenter, Luke Johnson, focused instead on how authors recognise themselves in their work and in the translating text, with and very thought-provoking psychological parallels with infants learning to recognise themselves in a mirror. It was mostly very theoretical, though, and not really concerned with translation. Plus, he totally lost me when he likened the translator to someone taking a picture. Anyone who has ever translated a paragraph should know it takes a bit longer than a click. Maybe if he replaced that with a hyper-realist painter. That’s more like it, I’d say. After him, H.J. van Leeuwen circled around the issue of translation with fairly textbook quotes and a lot of philosophical reflection. I could see he was certainly competent in his field, and despite his initial disclaimer “I’m not a translator” I couldn’t help but thinking it was mostly a lot of philosophical fluff. Please note, I’m not slamming anyone, here. Even the two last speakers clearly knew what they were doing. It’s just that neither of the papers was dealing with the translation process in an engaging way. I am extremely interested in translation theories and studies  but only as long as the theory is there to inform the practice, shed light on it. When translation as a whole, instead, becomes one of many examples to use in a discourse that is not concerned with translation, my interest starts to waver, unless I am listening to a David Damrosch.

The last panel, which included yours truly – yeah, no chance to relax until the very end – was, fortunately for me, a quite different story. Emiko Okayama, translator and scholar, used her very attentive research to show how different translations and subsequent adaptations of the Chinese vernacular novel Suikoden into Japanese not only ended up generating an original Japanese work (Nansō Satomi Hakkenden) but, again, gave rise to a new genre in Japanese literature. The other speaker, Nataša Karanfilović, conducted a thorough research to expose what I called “the dark side of re-creation”, showing how a score of gross mistakes in the translation of Patrick White’s The Aunt’s Story not only obliterated countless cultural references, but made for an incoherent text whose poor reception basically sabotaged White’s appeal on the Serbian market, where no other novels of his have been translated after this fiasco. As for yours truly, waiting for a polished version of the paper (and especially waiting for its not-yet-existent Italian translation) I will share my abstract in the hope of enticing readers:

Translation as Re-creation

Is the translator a writer? Technically speaking, it would seem obvious. Yet, the perception is often very different. If performing a cover, or a rendition of a classical piece, makes one a musician, why should not the translator be considered a writer? One might say that translators are not creative writers but, of course, even that is not true, as any translation constantly requires linguistically and culturally creative solutions. Too many people, even in the publishing industry, have the perception that texts exist as unchanging entities, and that the language they are written in is but a patina that can be almost mechanically scrubbed away and replaced. What are the dangers of this misconception? Translators are writers who creatively manipulate the linguistic and cultural elements of a text to produce a new, original text, of which they are legally recognised as the authors. What’s more, the very act of translating into a different language inevitably influences the tone and style of the narration, even the voices of the characters. This paper will move from these issues to explore the idea of translation as re-creation, in both its senses of “creating anew” and “refreshment of strength and spirits” or “diversion,” focusing on the regenerative powers of translation on texts and languages, as well as on translators and readers.

Then we had the privilege to go back to the main lecture theatre to listen to Rita Wilson, Brian Nelson and David Damrosch discussing translation and world literature, another fantastic set of speakers for a great finale.

Unfortunately, there were many papers I missed which I would have loved to listen to. Laura Olcelli’s paper about “geographical and linguistic disorientation”, Felix Siddel’s presentation about Buzzati and “translation as a catalyst in a literary career”, Maria Cristina Seccia’s paper Translating Caterina Edwards: the overlap of two cultures, Luigi Gussago’s presentation about Cesare De Marchi and many more.

The good thing, though, it’s that this conference had the precise aim of “educating” the academy about the importance of translation, and judging by the amount of academics present (I was probably the only one who was not and never had been affiliated to a university) it looks like it certainly did it what it wanted to do. Translation seems to be oddly fashionable in academic circles at the moment, and I urge all translators to strike the hammer while the iron is hot and contribute whatever they can contribute so we can finally give literary translation its rightful place in literary and cultural studies.

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Oggi torniamo al simposio di Sydney  per il terzo gruppo di discussione, Ideas of the Literary. Si è parlato, per farla breve, delle possibilità creative della traduzione letteraria.

Si comincia con Eric Abrahamsen (3:07 – 24:00), traduttore letterario e fondatore di Paper Republic, un sito in lingua inglese sulla letteratura cinese contemporanea – generalmente poco popolare tra i sinologi più esigenti e abituati a tradurre testi più antichi e sofisticati. La relazione di Eric è stata una delle più coinvolgenti di tutto il simposio, molto interessante eppure modesta, come piace a me. Eric mescola sapientemente ironia e analisi letteraria e politica, e ho particolarmente apprezzato la sua spiegazione della situazione in cui si trovano gli scrittori cinesi contemporanei, sopraffatti da troppa storia e da una società nella quale tutto viene politicizzato, e intenti a combattere per il diritto di interpretare la società discostandosi da quella che viene ritenuta “l’interpretazione corretta” della stessa. Inoltre mi ha fatto piacere vederlo concentrarsi sulla pratica della traduzione, investigando il ruolo del gusto personale e l’equilibrio fra uso della lingua e storia nella creazione di una letteratura di qualità- Se vi interessa sapere dove stia andando la letteratura cinese, non perdetevi la sua relazione, e visitate Paper Republic.

Segue la relazione di Simon West (25:15 – 47:05), poeta e traduttore, che ha tradotto la poesia di Guido Cavalcanti in Inglese, mica roba da poco. Simon si è concentrato sul ruolo della traduzione e della poesia tradotta, analizzando il concetto di “letteratura nazionale” opposto a quello di “spazi letterari internazionali fluidi e aperti,” esplorando le idee di “traffico culturale” e “negoziato letterario.” La letteratura internazionale è inestricabilmente legata alla pratica della traduzione, e Simon spiega anche come la traduzione della poesia e la composizione poetica siano due attività strettamente connesse. Simon ha certamente un taglio più accademico rispetto ad Eric, e magari per i non addetti ai lavori sarà più difficile stargli dietro, ma ogni traduttore interessato a riflettere sulla traduzione non potrà che apprezzare la sua relazione.

Brian Nelson, professore emerito di Francese e di  Traduttologia alla Monash University e presidente di AALITRA (Australian Association for Literary Translation) ha concluso il gruppo di discussione (48:30 – 1:11:00), concentrandosi sull’incapacità da parte degli accademici di riconoscere appieno il valore della traduzione letteraria. La sua ottima relazione è un esauriente monito riguardo importanza vitale della traduzione per lo sviluppo della letteratura. Brian Nelson auspica che ci si lasci alle spalle il paradigma delle letterature nazionali, persino l’idea delle letterature post-nazionali, per ragionare in termini trans-nazionali. Le sue similitudini e metafore ci dimostrano per quale motivo sia professore emerito, e non potrete che adorare la sua  che alla traduzione, cugina povera della letteratura, venga negata la cittadinanza all’interno del paradigma nazionale. Per non parlare dell’idea che la traduzione sia il sistema circolatorio della letteratura. Dall’idea goethiana di Weltliteratur al cosmopolitismo di Kundera, Brian Nelson spiega molto chiaramente perché i circoli accademici dovrebbero cominciare a prendere maggiormente sul serio la traduzione letteraria. Buon ascolto.

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Back to last year’s Sydney Symposium  for Panel Three, Ideas of the Literary. A panel about creative possibilities in literary translation.

We start with Eric Abrahamsen (3:07 – 24:00), founder of Paper Republic, a fellow translator who guided us through the translation of contemporary Chinese literature – generally not very popular with most sinologists and translators, especially those who can afford to translate older and more refined texts. Eric’s presentation was one of the most entertaining of the whole symposium, very interesting yet unassuming, just how I like it. I loved his blend of irony and literary as well as political commentary, and I particularly enjoyed his explanation of how Chinese writers, overwhelmed by too much history and by a society where everything takes on a political connotation, are fighting for the right to interpret society straying from the supposedly “correct interpretation.” I also really enjoyed how he focused on the practice of translation itself, analysing texts and translation options, and investigating the role of personal taste and the balance between language and story in producing great literature. If you are interested to know something about where Chinese literature is heading, do not miss his paper, and visit Paper Republic.

Then we had Simon West (25:15 – 47:05), poet and translator, who translated  the poetry of Guido Cavalcanti (in case you don’t know who he is, we are talking about a thirteenth century poet whom Dante Alighieri called “his mentor”) into English, no mean feat at all. He focused on the role of translation and translated poetry and analysed the notion of “national literature” versus “fluid, open international literary spaces,” exploring the ideas of “cultural traffic” and “literary negotiation”. World literature is certainly inextricably linked to the practice of translation, and Simon also explains how translating poetry and writing poetry are very interconnected activities. Simon certainly has a more academic point of view, compared to Eric’s, and therefore it might be a bit hard for outsiders to enjoy, but every translator who likes thinking about translation will absolutely love it.

Brian Nelson, Professor Emeritus of French and Translation Studies at Monash University and president of AALITRA (Australian Association for Literary Translation) delivered the final presentation (48:30 – 1:11:00), focusing on the failure of academics to fully recognise the value of literary translation. Brian’s excellent presentation was an exhaustive reminder of the vital importance of translation in the development of literature. Brian Nelson advocates a move away from the old paradigm of national literature, even past the post-national and towards the trans-national. The imagery he uses will show you why he is a Professor Emeritus, and you are going to love the idea of translation, the poor cousin of literature, being denied citizenship within the national paradigm. Not to mention the notion that translation is literature’s circulatory system. From Goethe’s idea of Weltliteratur to Kundera’s cosmopolitanism, Brian Nelson very clearly explains why the academy should start taking literary translation more seriously. Enjoy.

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