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Posts Tagged ‘Wendell Ricketts’

The three wise monekysLa settimana scorsa, il Movimento No Peanuts!, che questo blog è orgoglioso di sostenere, è stato citato in un articolo sul Translation Guy Blog. Mi piaceva anche, quel blog, quindi ero abbastanza entusiasta di vedere il titolo del post sulla mia pagina iGoogle, e ho pensato con piacere che la cosa si stesse diffondendo.

Sfortunatamente non era questo il caso. Quel che ho trovato è stato invece uno sforzo particolarmente fiacco di liquidare l’intero movimento come poco più che un cartello di traduttori avidi e poco realisti, con tendenze anacronistiche. Ho lasciato un commento, facendo notare con educazione quelle che mi parevano argomentazioni piuttosto deboli, ma il commento non è mai stato approvato. Credo che la stessa sorte sia toccata al commento di Wendell Ricketts, e probabilmente ad altri. Sulla pagina c’è un solo commento, che casualmente fa i complimenti per “l’ottimo articolo.”

Essendo Wendell Ricketts il creatore del blog No Peanuts!, tuttavia, sarebbe stato decente lasciarlo almeno replicare con un commento. Bloggare dovrebbe significare proprio questo, no? Interazione, libero flusso di idee, confronto fra argomentazioni diverse. Soprattutto, se uno viene tirato in ballo, vorrebbe almeno avere una chance di replicare, o no? Non in questo caso. Ah, ma aspettate. Ken Clark, auto-proclamatosi Translation Guy, è prima di tutto il proprietario di una gigantesca agenzia di traduzione. Adesso cominciamo a vederci chiaro.

Visto che il mio commento non è stato approvato, e che avevo qualcosa da dire sull’argomento, non posso far altro che trasformare quel commento in post. Vorrei soltanto analizzare alcune passaggi. Prendiamo questo, per esempio, un tentativo poco felice di paternalismo:

Ready to throw down your chains, translation workers? Here’s how to do it: Hold the line on your pricing, and tell your clients why. Take back control from the mega-agencies, and don’t bid cheap. Boycott the bad guys, and tell others about them. Don’t be reduced to servitude, and keep the scabs from scabbing. And don’t panic.

Whoops. Too late on that last one, because the whole site just screams “panic” to me. Sorry, guys. […] The great wheel of commerce crushes all in its path.

Panico? Quale panico? No Peanuts! for Translators si limita a promuovere pratiche migliori, che giovano tanto ai traduttori quanto ai clienti. Dall’altra parte, denuncia le pratiche auto-distruttive diffuse nel nostro settore. Niente panico, tanto che siamo ben lieti di rifiutare offerte offensivamente basse. Per dirla col gergo giovanile, siamo in polleggio pieno, cioè. Ovviamente, come abbiamo detto, questo signore gestisce un’agenzia, quindi da un certo punto di vista ha senso che ignori il punto fondamentale del discorso – ovvero che le agenzie sono un intermediario, e tagliarle fuori può spesso rivelarsi vantaggioso sia per il traduttore che per il cliente. Andatevi a leggere l’ottimo articolo in cui Wendell Ricketts spiega precisamente come e perché. E poi, tentare di liquidare un intero movimento e le sue idee ben argomentate con una vago e paternalistico riferimento al “panico” non risulta molto credibile. Il Translation Guy può fare di meglio.

Beh, insomma, più o meno. Bisogna dargli atto che riconosce le nostre ragioni etiche, ma la cosa finisce lì:

the “No Peanuts!” guys have justice and human dignity on their side.   Meanwhile, someone else is banging away on the iron triangle of service, beating out “better, faster, cheaper; better, faster, cheaper.”

Questo mantra del “better, faster, cheaper”, ovviamente, è soltanto fumo negli occhi, roba da piazzisti. Credo sia un fatto che un servizio o è migliore, oppure è più rapido e più economico. E non solo nella traduzione, pensiamo all’abbigliamento, al cibo, alle auto, ai trattamenti medici, e più o meno a tutto quel che si può comprare. Ed è qui che arriviamo al nocciolo della questione. Il Movimento No Peanuts! ha a cuore la qualità. La qualità del servizio,e la qualità della vita. Il Tizio della Traduzione, in tutto il post, non menziona mai la qualità, il che è  bizzarro, e al contempo dimostra quel che andiamo dicendo sulle agenzie. Poi, però, più avanti, questo signore si supera:

watch out for that scab translator #260 under that rock over there because she is figuring out how to climb aboard the great commercial juggernaut on terms that pay for her, if not for you. And if she passes on that one, translator #22666 on PRoZ will take it, and the translation provided, for good or ill, might just fit the bill.

Credo davvero che l’argomento “se non lo fai tu lo fa qualcun altro” sia trito e ritrito, praticamente una pasta, e soprattutto non tenga conto di concetti come professionalità e qualità. Sarebbe come andare da un’agrihamburgeria e dire “Ehi, non puoi mica mettere i tuoi hamburger chic a 5 euro, guarda che McDonald’s li mette a 1 euro, e se non abbassi i prezzi finisce che chiudi bottega! Così va il mercato!” Sapete una cosa, però? C’è gente a cui sta a cuore la qualità. Per usare un’altra metafora ancora, c’è gente che sceglierà il completo di Armani anziché uno meno caro, perché, sebbene il fine ultimo sia di non andare in giro ignudi, l’Armani cade meglio, sta meglio, e dura di più. E poi, se lo si mette al lavoro, si fa tutt’altra figura, il che è  sua volta un bel biglietto da visita. Non vedo perché lo stesso principio non debba applicarsi al nostro settore.

Infine, l’autore dell’articolo condivide una “storiella triste”, apparentemente

in an empty gesture of solidarity with all you translators who want to make as much money as you used to

E cosa sarebbe adesso, questa storia dei traduttori che vogliono continuare a fare tanti soldi come prima (che, per inciso, sarebbero assai pochi)? è veramente di questo che stiamo parlando, o stiamo parlando piuttosto di grandi agenzie che cominciano a preoccuparsi di non riuscire più a fare i soldi che fanno adesso una volta che i loro clienti si renderanno conto che gli conviene rivolgersi direttamente al traduttore?

AGGIORNAMENTO (27/07/2010): i commenti al post sul Translation Guy blog sono finalmente apparsi. Ken Clark si è scusato per l’inconveniente.

Foto: dettaglio da The Three Wise Monkeys – George Street, di Charlie Brewer

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The three wise monekysLast week, the No Peanuts! Movement, which this blog proudly endorses, was featured in an article on the Translation Guy Blog. I used to like that blog, so I was pretty excited when I saw the title of the post on my iGoogle page, and thought the awareness was spreading.

Unfortunately, that wasn’t the case. What I found was instead a particularly weak effort to dismiss the whole movement as little more than a cartel of greedy and unrealistic translators with backwards tendencies. I left a comment, politely addressing what I thought were rather poor arguments, but it was never approved. The same, I think, happened with Wendell Ricketts’ comment, and possibly more. Only one comment appears on the page, conveniently praising the “great article.”

Being Wendell Ricketts the creator of the No Peanuts! blog, though, it would have been a show of basic decency to let him express his view with a reply. That’s what blogging should be about, right? Interaction, the free flow of ideas, the confrontation of different arguments. Most importantly, if someone talks about you, you’d like to have a chance to reply, wouldn’t you? That was not the case. Ah, but wait, Ken Clark, the self-styled Translation Guy, is first and foremost the owner of a huge translation agency. It’s all starting to make sense, now.

Given that my comment was not approved and that I had something to say about this, all I can do is turn it into a post. I’d simply like to analyse a few passages. Take this one, a bad attempt at being patronising:

Ready to throw down your chains, translation workers? Here’s how to do it: Hold the line on your pricing, and tell your clients why. Take back control from the mega-agencies, and don’t bid cheap. Boycott the bad guys, and tell others about them. Don’t be reduced to servitude, and keep the scabs from scabbing. And don’t panic.

Whoops. Too late on that last one, because the whole site just screams “panic” to me. Sorry, guys. […] The great wheel of commerce crushes all in its path.

Panic? What panic? No Peanuts! for Translators simply promotes better practices, which are beneficial for translators and their clients. On the other hand, it exposes practices that are self-destructive for our industry. No panic at all, to the point that we are willing to turn down offensive offers. In the parlance of youth, we’re chilled as, man. Of course, as we said, the guy runs an agency, so in a way it makes sense that he completely ignores the main point – agencies are middle men and cutting them out can often be beneficial for both the translator and the client. Have a read at  this excellent article by Wendell Ricketts to find out precisely why and how. Plus, dismissing a whole movement based on solid arguments with a vague and patronising reference to “panic” is not really that credible. The Translation Guy can do better.

Well, sort of. To his credit, he does give us the moral high ground, but that’s about it:

the “No Peanuts!” guys have justice and human dignity on their side.   Meanwhile, someone else is banging away on the iron triangle of service, beating out “better, faster, cheaper; better, faster, cheaper.”

This “better, faster, cheaper” mantra, of course, is purely a sales pitch. It’s pretty much a fact of life that it’s either better or faster and cheaper. And not just in translation, but think clothing, food, cars, medical treatments, and pretty much anything that can be bought. And it’s here that we get to the bottom line. The No Peanuts! movement is about quality. Quality of service, and quality of life. The Translation Guy never mentions quality in his post, which is puzzling, and at the same time sort of proves my point about agencies. Then, later on in the article, he tops himself:

watch out for that scab translator #260 under that rock over there because she is figuring out how to climb aboard the great commercial juggernaut on terms that pay for her, if not for you. And if she passes on that one, translator #22666 on PRoZ will take it, and the translation provided, for good or ill, might just fit the bill.

I find the “if you turn it down someone else is going to do it” argument trite and, most importantly, oblivious of concepts like professionalism and quality. It would be like saying to a gourmet burger restaurant “Hey, man, you shouldn’t sell your fancy burgers for $12, ’cause McDonald’s sells burgers for $3 and you’re going to go bankrupt if you don’t lower your prices too. It’s the great wheel of commerce!” Guess what? There are people who care about quality. To use a different metaphor, some people will buy an Armani suit over a cheaper one because despite the fact that the main goal is not to walk around naked, the Armani will just feel and look better and last longer. And, if you wear it to work, it makes you look better, which is good for business. I don’t see why the same shouldn’t apply to our sector.

Then the Guy shares a “sad little story”,

in an empty gesture of solidarity with all you translators who want to make as much money as you used to

Come again? What’s this now, about translators wanting to “make as much money as they used to do” (which was never a lot, really)? Is it really about that, or is it rather about big agencies getting worried that they might not make as much as they do now once their clients work out that they are better off hiring a professional translator directly?

UPDATE (27/07/2010): comments to the post on the Translation Guy’s blog are finally up. Ken Clark apologised for the technical difficulties.

Photo: detail from The Three Wise Monkeys – George Street, by Charlie Brewer

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San GirolamoUn paio di mesi fa il mio talentoso collega, ideatore di No Peanuts! nonché star della blogosfera Wendell Ricketts ha scritto un interessantissimo articolo, Please stop talking about art, lamentando la fastidiosa tendenza di certi traduttori letterari che spesso parlano del proprio lavoro come una sorta di rituale mistico e sciamanico che soltanto alcune anime speciali possono portare a termine. Ovviamente una simile concezione non ci aiuta granché a presentarci come professionisti specializzati che hanno studiato tanto e continuano a studiare tanto, e che pertanto meritano un minimo di riconoscimento. Personalmente, credo che la traduzione letteraria spesso richieda abilità leggermente diverse dalla traduzione puramente tecnica. La lingua, in un romanzo o in una poesia, non viene usata soltanto per comunicare delle informazioni, ma è piuttosto uno strumento con il quale coinvolgere il lettore intellettualmente ed emotivamente. Quindi, certo, va da sé che che un traduttore letterario dovrà avere una sensibilità linguistica e una flessibilità leggermente diverse, ma il processo resta fondamentalmente lo stesso. Sono le abilità complementari che sono importanti se si vuol tradurre l’opera di  un grande scrittore anziché un manuale scritto coi piedi. Tuttavia, come sottolinea Ricketts (che spero mi perdonerà se lo traduco al volo):

la traduzione editoriale (ossia letteraria) costituisce meno del 10% dell’intero mercato della traduzione

Ora, parliamo delle abilità necessarie a tradurre tanto quel 10% quanto il restante 90%. Ricketts le descrive molto accuratamente:

Cioe, sul serio. Possiamo smetterla di parlare di arte, per favore?

Parliamo invece di abilità. Come la capacità di scrivere in maniera chiara e competente nella vostra lingua madre; la pazienza necessaria a capire quel che state leggendo; la padronanza di un vocabolario vasto e altamente flessibile, la sensibilità necessaria a riconoscere un’ampia gamma di registri linguistici; una vasta conoscenza di un particolare settore, se siete specialisti; un’ampia cultura generale, che siate specialisti o meno; familiarità non soltanto con quel che il testo “significa” ma con il come lo significa; competenza nell’editing; eccellente padronanza della vostra lingua madre.

Tutte queste non sono arti appena abbozzate, appannaggio esclusivo delle sacerdotesse delle Muse. Si tratta di capacità professionali che si affinano facendo pratica ed esperienza, e lavorando sodo.

E tutte quante si possono insegnare.

Esattamente. Fra l’altro, a tradire l’insegnabilità dell’arte, c’è il detto “Impara l’arte e mettila da parte”. Qui però ci troviamo davanti a un fenomeno affascinante. Uno slittamento semantico avvenuto nell’ultimo secolo, o forse anche solo negli ultimi sessant’anni e qualcosa. Quella concezione oscura e metafisica dell’arte. Quell’arte pretenziosa. Eppure l’arte è ed è sempre stata fondamentalmente qualcosa di pratico. Soltanto che, ad un certo punto, schiere di bohémien ubriachi, fricchettoni, e tossici punkettari, accomunati dal troppo tempo libero, hanno cominciato a spingere quest’idea secondo la quale era tutta una questione di ispirazione, mentre abilità e tecnica erano idee reazionarie da sfigati borghesi. Ancora non capisco perché prendiamo sul serio quest’idea. Ci sono addirittura accademie d’arte dove non si impara più a disegnare la figura umana, e questo mostra una sinistra tendenza a negare l’importanza dell’abilità tecnica. Ma allora cos’è l’arte? L’infinito ed infinitamente pretenzioso dibattito volto a definirla non è cosa per me, quindi ho semplicemente deciso di controllare un qualsiasi dizionario:

arte (s.f.)
1. Attività dell’uomo basata sul possesso di una tecnica, su un sapere acquisito sia teoricamente che attraverso l’esperienza; in tal senso, coincide anche con un mestiere che richieda un’abilità specifica […] 2. Produzione di opere adeguate ai canoni estetici del bello […] 4. Abilità nel compiere una data azione […]

Il dizionario etimologico online (in inglese) parla di “abilità tecnica”, “capacità”, “modo”, “maestria”. Nulla che suggerisca significati del tipo “roba prodotta un po’ a caso da fannulloni arroganti ed incompetenti che non hanno voglia di imparare alcunché e, terrorizzati dall’idea di lavorare, tentano di convincere abbastanza persone che sono in realtà dei geni.”

Ovviamente Wendell Ricketts, assai pragmaticamente, dà per assodato questo slittamento semantico, e accetta che, se quella è l’immagine che prende forma nella mente della gente quando sente la parola “arte”, potrebbe essere saggio smettere di parlare di arte e usare invece la parola “abilità”. E la cosa ha molto senso. Tuttavia non riesco ad ignorare il bisogno di riappropriarsi della parola “arte” e di restituirle il suo significato. Dovrebbe essere una questione di abilità e di capacità tecniche, di maestria a fare il proprio mestiere. Io è questo che intendo quando parlo dell’arte della traduzione. E poi, ammettiamo il vezzo estetico, “l’arte della traduzione” suona proprio bene…

IMMAGINE: St.Jerome – Ink Drawing, di Philip Bitnar

  • 1 Attività dell’uomo basata sul possesso di una tecnica, su un sapere acquisito sia teoricamente che attraverso l’esperienza; in tal senso, coincide anche con un mestiere che richieda un’abilità specifica: a. del fabbro; a. del ferro || a. marziali, tecniche di difesa personale che non prevedono l’uso di armi ma solo abilità fisiche | a regola d’a., alla perfezione | fatto ad a., deliberato, voluto dall’uomo | l’a. del Michelaccio, il non far nulla
  • 2 Produzione di opere adeguate ai canoni estetici del bello, prevalenti nei diversi periodi storici; l’opera stessa così prodotta (spec. se di tipo figurativo); l’insieme di tali opere di un autore, di un periodo: l’a. del Rinascimento || a. maggiori, architettura, scultura, pittura | a. minori, miniatura, ceramica, oreficeria, falegnameria ecc. | a. sacra, destinata ad arredi, edifici di culto | in a., espressione che introduce il nome usato pubblicamente da un artista e diverso da quello anagrafico
  • 3 Attitudine mimica e interpretativa: a. drammatica || figlio d’a., figlio di persone che lavoravano nello stesso ambiente, in partic. nello spettacolo
  • 4 estens. Abilità nel compiere una data azione

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St. Jerome

A couple of months ago, my talented colleague, No Peanuts! mastermind, and blogging star Wendell Ricketts wrote a very interesting article, Please stop talking about art, complaining about a disturbing trend: literary translators talking about their job as some sort of aural, mystical and shamanic ritual that can only be accomplished by some sort of special souls. Obviously, this conception does not often help us in presenting ourselves as skilled professionals who studied hard, keep studying hard, and deserve a certain level of recognition. Personally, I concede that literary translation often requires slightly different skills than purely technical translation. Language, in a novel or poem, is not just used to communicate information, but is rather a device used to affect the reader intellectually and emotionally. So, of course one needs to have a slightly different kind of sensitivity and flexibility, but the basic process is pretty much  the same. It’s the complementary skills that are important if you want to translate a great writer’s work rather than a badly written manual. Still, as Ricketts points out:

editorial (aka literary) translation constitutes no more than 10% of the entire translation market. (Luigi Muzii, longtime member of the Italian Association of Translators and Interpreters, offers an estimate of from 3% to 10%, based on figures provided by the European Union and Common Sense Advisory.)

Now, let’s talk about the skills one needs to translate that 10% as much as the other 90%. Rickett’s describes them very accurately:

I mean, really. Can we please stop talking about art?

Instead, let’s talk about skills. Skills such as the ability to write clearly and expertly in your native language; the patience required to understand what you read; the possession of a vast, highly flexible vocabulary; sensitivity to a wide range of linguistic registers; extensive knowledge of your particular sector, if you are a specialist; a broad cultural knowledge, whether you are or not; familiarity not solely with what a text “means” but with how it means; proficiency at editing; an excellent grasp of your source language.

These are not the inchoate arts of the priestesses of the Muses. They are professional skills honed through practice, experience, and hard work.

And they can all be taught.

That’s exactly right. But here we encounter a fascinating phenomenon. A semantic shift that occurred in the last century, or maybe in the last sixty-something years. That obscure and metaphysical conception of art. The artsy-fartsy art. But art is and has always been an eminently practical thing. Then, at some point, scores of drunk bohemian folks, freaky hippies and punkish addicts, all with way too much spare time started pushing this idea that it was all about inspiration, while skills and technique were reactionary ideas for bourgeois losers. I still don’t get why we’re taking this idea seriously. Even some art schools are discontinuing figure drawing classes, showing a scary tendency towards a denial of the importance of skill. So, what does art mean? The eternal and pretentious debate to define it is not my cup of tea, so I simply went to the trouble of checking the etymology of the word:

art (n.)
early 13c., “skill as a result of learning or practice,” from O.Fr. art, from L. artem (nom. ars) “art, skill, craft,” from PIE *ar-ti- (cf. Skt. rtih “manner, mode;” Gk. arti “just,” artios “complete;” Armenian arnam “make;” Ger. art “manner, mode”), from base *ar- “fit together, join” (see arm (1)). In M.E. usually with sense of “skill in scholarship and learning” (c.1300), […] Meaning “human workmanship” (as opposed to nature) is from late 14c. […] Meaning “skill in creative arts” is first recorded 1620; esp. of painting, sculpture, etc., from 1660s. […]

“Skill”, “workmanship”, “manner”, “craft”. Even in the bits I skipped, there is nothing suggesting any meaning like “random stuff produced by unskilled, lazy and self-important bums who can’t be bothered with learning anything and, terrorised by the idea of working, try to convince enough people that they are geniuses.”

Obviously, Wendell Ricketts pragmatically acknowledges this semantic shift and accepts that, if that is the image popping up in most people’s minds when they hear the word “art”, it might be safer to stop talking about art and use the word “skills” instead. And it makes so much sense. Still, I can’t help but feel a need to reclaim the proper meaning of the word “art”. It should be about manners and modes of making, joining and fitting together, it should be about skilled workmanship in one’s hard-learned craft. Maybe in the end it’s just a petty aesthetic concern, but, let’s face it, “the craft of translation” or “the set of skills of translation” don’t sound nearly as catchy.

IMAGE: St.Jerome – Ink Drawing, by Philip Bitnar

Un debutto esaltante, con una storia viscerale ambientata lungo le terre squallide e desolate di Galveston, proposta da un giovane scrittore con già ben definiti i caratteri di una personalità letteraria fuori dal comune.

Con uno stile penetrante, Pizzolatto passa senza problemi tra passato e presente, catturando le caratteristiche significative di Galveston e offrendone un ritratto disperatamente vulnerabile, ma quanto più possibile realistico.

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No Peanuts! No, state tranquilli, non ho nulla contro le noccioline. E il burro d’arachidi, poi… È che, a partire da ieri, questo blog è orgoglioso di sostenere il movimento No Peanuts! for Translators lanciato da Wendell Ricketts e Stefano Kalifire. Scopo del movimento? Beh, smetterla di lavorare per poche briciole (o, per dirla all’inglese, di lavorare per delle noccioline).

Sono entusiasta di unirmi ad altri traduttori determinati ad ottenere il giusto riconoscimento per la nostra professione, e in grado di capire che “Se ognuno di noi insistesse per avere una paga dignitosa, riceveremmo una paga dignitosa”.

Vi invito a leggere la Dichiarazione di principi di No Peanuts! sul blog. Per i non-traduttori che  – comprensibilmente – non hanno tempo o voglia di leggersi tutto, tenterò di riassumere le idee fondamentali della dichiarazione.

Prima di tutto, noi traduttori dovremmo rifiutare qualsiasi paga non ci permetta di vivere decorosamente ed educare le agenzie, gli editori e gli altri clienti, spiegando che una traduzione di qualità vale di più, dovrebbe costare di più, e sopratutto è un buon investimento da parte loro. Dovremmo sottolineare che, come in qualsiasi altro campo, le capacità e l’esperienza contano, e sarebbe intelligente da parte loro pagare di più per avere traduzioni di migliore qualità. Quando un traduttore pratica tariffe basse, quasi sempre il cliente riceve traduzioni di bassa qualità, quindi la situazione è controproducente sia per il traduttore, sia per il cliente. Molti principianti praticano tariffe molto basse per cercare di “farsi notare” o “a causa del mercato”, tuttavia, come giustamente viene sottolineato nella dichiarazione:

Se non fai parte del Movimento No Peanuts! [niente briciole!] , allora fai parte della sua controparte: Peanuts for Everyone! [Briciole per tutti!]

E ancora, i traduttori devono riprendere in mano il proprio ruolo nel rapporto cliente/fornitore di servizi, un rapporto degenerato al punto che molti clienti pensano di poter imporre le tariffe ai traduttori. Per darvi un’idea di quanto la situazione sia grave, userò un’eccellente metafora che ho trovato qualche tempo fa in una delle segnalazioni su Il Segno di Caino:

Vi sedete al tavolo di un ristorante. Dopo aver consultato il menù, chiamate il padrone. “Questa bistecca è troppo cara,” gli dite. “Gliela pago la metà, e compresa nel prezzo voglio anche una bottiglia di vino. Però se non vedo tutto sul tavolo entro dieci minuti, non se ne fa niente. ” E il ristoratore non ha possibilità di fare ricorsi di sorta: gli tocca accettare, oppure perdere l’opportunità di guardagnare perlomeno il 50% del costo reale della bistecca.

Divertente, eh? Penserete che sia un paradosso, un’esagerazione un po’ teatrale. In realtà non lo è. È così che funziona, per molta gente. Ora basta. Basta briciole per i traduttori! O almeno per me, sebbene nel mio testardo orgoglio possa vantarmi di non averne mai accettate.

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As from yesterday, this blog proudly endorses the No Peanuts! for Translators movement, launched by Wendell Ricketts and Stefano Kalifire. The aim of the movement? Well, stop working for peanuts, basically.

I am excited to join forces with fellow translators who want to see the profession recognised as it should be, and understand that “If every single one of us insisted on receiving a living wage, a living wage is what we would receive”.

Please read the No Peanuts! Statement of Principles on the blog. For the non-translators who – understandably – can’t be bothered reading it all, I’ll try to sum up the basic ideas of this Statement.

First of all, we, as translators, should refuse wages that do not allow us  to live decently. We should insist on receiving a “living wage” and educate agencies, publishers and other clients by explaining them that quality translations are worth more, should cost more, and, above all, are a good investment for them. We should stress that, as in any other field, skills and experience count and it’s smart for them to pay a bit more for a better-quality translation. Low rates to the translator almost always mean that the client is getting low quality translations, so the situation is counterproductive for both the translator and the client. Many beginners set very low rates to “get in” or because of “the market”, but, as the Statement aptly puts it,

If you’re not participating in the No Peanuts! Movement, you are participating in its counterpart: Peanuts for Everyone!

Also, translators should take back control of their role in the client/service provider relationship, which has degenerated to the point that many clients assume they have the right to dictate rates to translators. To give you an idea of how bad it gets, I’ll use an excellent metaphor that I read a while back on Il Segno di Caino:

You sit down to eat in a restaurant. After consulting the menu, you call the owner over to your table. “This steak is overpriced,” you say. “I’ll pay half, and I want you to throw in a bottle of wine with that. If you don’t get everything on my table within ten minutes, though, the deal’s off.” And here again, the restaurateur has no recourse: he must accept or lose the chance to earn even 50% of what the meal actually costs.

Funny, ain’t it? One would think this is a paradox, a dramatic exaggeration. But it’s not, really. That’s how it works for many people. No more of that. No more peanuts for translators! Or at least for me, although in my stubborn pride, I can happily say that I never really accepted any.

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