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Posts Tagged ‘Traduzione’

The Orator - O Le TulafaleQualche mese fa mi è arrivata una telefonata dalla Nuova Zelanda. Philip Saffery di Toitereo Linguists cercava un traduttore italiano per sottotitolare un film. Ero entusiasta. Era da un po’ che andavo a caccia di opportunità in quel campo, senza fortuna. Dimmi di più, gli ho detto. La cosa si è fatta sempre più interessante. Il film si intitolava  The Orator – O Le Tulafale, il primo lungometraggio samoano interamente girato a Samoa, con un cast samoano, in lingua samoana. Nientemeno che un film storico. Confesso che non sapevo molto di Samoa, nonostante qui in Australia viva una notevole comunità samoana. Chiaramente Philip, che ha trascorso anni in Polinesia e parla correntemente te reo Maori ed altre lingue polinesiane, si era già occupato dei sottotitoli inglesi, quindi si trattava in sostanza di una traduzione dall’inglese all’italiano.

Ciononostante, potrete immaginare che un film sulle tradizioni samoane presenti non poche sfide per una persona che non sa molto di quella cultura. Per fortuna Wikipedia e Google danno accesso ad una cornucopia di informazioni mica da ridere, e nel giro di un paio di giorni sono diventato, seppur temporaneamente, una specie di esperto di storia, politica e costume samoano. Mi ricordo ancora le informazioni fondamentali, ma purtroppo, come molti altri traduttori, tendo a ripulire la mia cache di tanto in tanto, per far spazio a quel che mi servirà avere a portata di mano per il progetto successivo.

Lavorare a dei sottotitoli è stata un’esperienza nuova per me, e me la sono davvero goduta. Tutt’altra cosa rispetto al tradurre letteratura, dato che quel formato impedisce non solo di utilizzare note e spiegazioni, ma a volte richiede una compressione del testo d’arrivo così che possa risultare leggibile per il pubblico nei brevi momenti in cui rimane impresso sullo schermo. David Bellos ne parla nel capitolo 12 del suo interessantissimo e divertente Is That a Fish in Your Ear? nel quale ci dice anche che

Ormai è una convenzione pensare che lo spettatore medio sia in grado di leggere soltanto 15 caratteri al secondo; e […] non si possono inserire più di 32 caratteri alfabetici in una riga. Inoltre non si possono mostrare più di due righe alla volta senza coprire una porzione significativa dell’immagine. […] il sottotitolatore ha circa 64 caratteri a disposizione, spazi inclusi, che possono restare sullo schermo al massimo pochi secondi e che devono esprimere i significati chiavi di un’inquadratura o di una sequenza nella quale i personaggi spesso dicono molte più cose. […] è davvero incredibile che già si possa fare.

Bellos ha ragione, ma in realtà la maggior parte delle volte riesci a risolvere con una certa naturalezza se sei un bravo traduttore. Per fortuna in questo  film non ci sono conversazioni troppo rapide. Il film usa un tipo di dialogo piuttosto formale, spesso molto poetico e simbolico, cosa che ha semplificato non poco il lavoro da questo punto di vista. Contare le sillabe dell’originale samoano e quelle dei sottotitoli inglesi, ad esempio, era un modo per verificare che i miei sottotitoli non fossero troppo prolissi. Il problema era piuttosto l’impossibilità di usare delle note per termini ed usanze samoane con le quali non avevo nessuna familiarità.

Per fortuna i produttori avevano preparato un esauriente press kit per gli addetti ai lavori, per spiegare alcuni degli elementi culturali e delle usanze samoane a critici e giornalisti occidentali. Il press kit ha giocato un ruolo molto particolare nel processo di traduzione, dato che era parte del mio lavoro tradurlo, con tutti i problemi di cui ho appena parlato, ma d’altro canto con le sue spiegazioni mi ha anche aiutato a destreggiarmi fra gli elementi culturalmente specifici del film. Inoltre, sapere che gli spettatori al Festival del Cinema di Venezia avrebbero avuto a portata di mano quelle informazioni ha aiutato a contenere il panico di un povero traduttore che non poteva usare note e non aveva neppure spazio per le parafrasi.

Prendiamo ad esempio le complesse strutture sociali contenute nella parola samoana  “matai”:

I Matai sono i detentori di titoli onorifici. Si dividono in due categorie, i capi veri e propri o alii;  e i capi oratori (tulafale).  Anche le donne si dividono in due categorie, faletua e tausi, faletua le mogli dei capi, e tausi, le mogli degli oratori. Gli uomini privi di titoli (chiamati taulele’a se presi singolarmente) vengono collettivamente chiamati ‘aumaga;  le donne prive di titoli, comprese le donne non sposate o le mogli di uomini che non detengono alcun titolo, vengono chiamate con il titolo onorifico le nuu o tama’ita’i (letteralmente ‘il villaggio delle donne’) e collettivamente aualuma. Ognuno di questi gruppi [ossia Alii e Faipule ovvero i matai; faletua e tausi ovvero le mogli dei matai; gli ‘aumaga ossia la comunità degli uomini privi di titoli, e le aualuma, ossia la comunità delle donne prive di titoli] ha un ruolo specifico nell’organizzazione del villaggio. 

Non è poi così difficile, lo so, ma è una struttura così radicalmente diversa da quella della società australiana o anche da quella assai più tradizionale dei miei parenti nel sud Italia, che già mi sembrava parecchio complessa e basata sull’onore! Nei sottotitoli non c’è spazio per spiegare nulla di tutto questo. Prendiamo un’altra tradizione samoana presente nel film, l’ifoga:

Si tratta di un rituale dove chi reca offesa supplica il perdono di chi ha subito il torto. Alla base dell’ifoga stanno tre elementi: il rimorso e la vergogna dei responsabili, l’estensione della responsabilità alla famiglia e all’intero villaggio, e il perdono della famiglia della vittima. Tradizionalmente i colpevoli si inginocchiano, coperti da stuoie di pregiata fattura. Gli offesi dimostrano il proprio perdono quando si avvicinano all’ifoga e tirano via le stuoie.

L’ ifoga rappresentato nel film dura per giorni, i colpevoli si inginocchiano sotto le stuoie, e sotto una pioggia torrenziale, resistendo al sonno finché la vittima del loro bullismo non esce a perdonarli. Senza una spiegazione, e a causa dei limiti di spazio e di tempo imposti dai sottotitoli, uno spettatore occidentale  sarebbe stato del tutto confuso da questa scena. (“Ehi, ma cosa fa sotto quella stuoia? Lui è quello più grosso, ha già preso a calci nel culo il piccoletto, e adesso si prostra per giorni ad aspettare che quello accetti le sue scuse?! Non ha nessun senso!”) Sono rimasto molto colpito dall’umanità e dalla bellezza di questo rituale, dalla forza che onore e famiglia riescono ad esercitare persino sul cattivone del villaggio, dall’ovvia sincerità che genera. Mi piacerebbe discuterne a lungo, ma non sono un sociologo e non è questa la sede. Lasciatemi solo dire che grazie a queste cose  tradurre quei sottotitoli è stata un’esperienza che mi ha arricchito molto dal punto di vista culturale.

Si è trattato, poi, con l’eccezione di una manciata di documenti legali, della mia prima ri-traduzione. Non stavo traducendo dal samoano – che suona dolce come il miele ma del quale, ahimè, non capisco una parola – ma, come ho detto, dalla traduzione di Philip dal samoano all’inglese. C’è tutta una questione di fiducia in ballo in un lavoro del genere. Mi fidavo di Philip, che ha un curriculum davvero notevole, e sapevo che la New Zealand Film Commission non avrebbe scelto un traduttore qualunque per un film che sarebbe poi diventato il rappresentante della Nuova Zelanda agli Oscar. Ciononostante, qui e là, quando il testo inglese era un po’ nebuloso, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse a causa del gap culturale fra la mentalità occidentale e la tradizione samoana, o se ci fosse un errore di traduzione. Si trattava, puntualmente, del primo caso, ma  era comunque necessario stare particolarmente attenti ogni volta che qualcosa suonava strano, dato che non potevo consultare l’originale  e risolvere io stesso la questione.

Ci sono stati anche piccoli problemi squisitamente linguistici, come ad esempio l’uso della parola  “banished  in inglese, che, per quanto ho capito, era una traduzione piuttosto diretta della parola samoana. In italiano, però, “banished” si traduce diversamente a seconda dei contesti: “esiliato” nel caso di “banished from a village” ma  “ripudiato” se “banished by one’s family.” Chiaramente dovevo assicurarmi che la parola non avesse un grande peso simbolico, che sarebbe andato perduto “dividendo” il termine nelle due diverse traduzioni italiane.

Per quanto riguarda le parole samoane, ho dovuto soppesare attentamente le opzioni di traduzione di “lavalava” che indica in sostanza quel che gli europei chiamano  “pareo,”  usando il termine tahitiano. L’ultima cosa che volevo fare era sminuire l’atmosfera distintamente samoana del film usando una parola presa in prestito da una cultura “abbastanza vicina.” Sembrava esattamente quel che avrebbero fatto – e facevano – quei cialtroni spacciatori dell’esotico che vendevano concetti semplicistici come “orientale,” “africano,” e “aborigeno” ai romantici borghesi occidentali come se fossero categorie monolitiche. Alla fine ho scelto “lavalava,” giacché quando un uomo dice “togliti il lavalava” ad un altro che indossa solo un pezzo di tessuto diventa abbastanza ovvio cosa sia un lavalava.

Insomma, tanta carne al fuoco, e come se non bastasse ci sono scappati anche due biglietti per la prima del film al Festival del Cinema di Venezia. In quel periodo mi trovavo in Italia, e mi sono detto, perché no? Devo ammettere che leggere i miei sottotitoli sul grande schermo è stata una bella gratificazione ma che me la stavo anche facendo un po’ sotto. Ho guardato tutto il film con implacabile attenzione e ho solo trovato cinque o sei cose che avrei cambiato, non molte per un traduttore puntiglioso. Quando il pubblico si è messo a ridere a battute che avevano attraversato mezzo mondo e due lingue, ho cominciato a rilassarmi.

Il film si è guadagnato una standing ovation e una menzione speciale, a Venezia, anche se non credo certo che sia per i miei sottotitoli – Tusi Tamasese è un narratore brillante e poetico, che è riuscito a far funzionare un film coraggioso che è al contempo drammatico, visivamente ricchissimo, eppure assai sobrio. è stato un privilegio ed un onore essere coinvolto, seppur marginalmente, nel suo successo, e spero che gli spettatori italiani possano goderselo, possibilmente senza storcere il naso davanti ai miei sottotitoli.

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Ogni tanto i miei amici non addetti ai lavori mi chiedono del mio lavoro. O sono tutti molto educati, oppure l’idea di tradurre libri affascina parecchio. Una cosa che mi stupisce sempre è sentirmi chiedere come ci si comporta con nomi e soprannomi. Sono fortemente ed ostinatamente contrario all’addomesticazione dei testi tradotti, quindi potrete immaginare che tradurre addirittura i nomi dei personaggi di un testo mi fa accapponare la pelle.

A guardarmi indietro, è una cosa che mi urta sin da quando ero bambino. Non mi perdevo una puntata di Holly e Benji, e mi crollò il mondo addosso quando, anni dopo, mi resi conto che quei ragazzini giapponesi non si potevano certo chiamare Oliver Hutton, Mark Lenders, Benji Price e Tom Becker. E infatti erano Tsubasa Ozora, Kojiro Hiyuga, Genzo Wakabayashi, Taro Misaki. Quando guardavo il cartone animato, non sapevo ancora l’inglese, e il giapponese non lo so nemmeno ora. Però non è che i nomi originali fossero poi tanto più difficili da pronunciare rispetto a questi nomi inglesi. E in ogni caso, se proprio li si voleva cambiare, a quel punto tanto valeva usare dei nomi italiani. Ma, si sa, l’inglese fa molto fico. Più avanti, appena uscito dalle medie, divenni un avido lettore di Dragon Ball, e mi resi conto che i nomi dei personaggi nella serie TV erano stati cambiati… dal giapponese al giapponese. Eh già, a parte Son Goku e pochi altri, i nomi restavano oscuri e continuavano a suonare giapponesi, ma venivano distorti o troncati. In questo caso non si poteva nemmeno addurre la scusa della semplicità o della familiarità. Era un po’ come chiamare Topo Gigio “Top Gig”, insomma, tanto vale lasciarlo com’è, o no?

Ma passiamo alle cose serie. Nel mio lavoro di traduttore letterario mi è capitato di cambiare i nomi dei personaggi soltanto nel caso in cui si trattasse di soprannomi. In Dermaphoria di Craig Clevenger (capolavoro mai pubblicato che giace da qualche parte a Segrate – un perfetto esempio di harakiri mondadoriano) conosciamo molti dei personaggi che gravitano intorno al protagonista soltanto con i loro soprannomi. Abbiamo Jack and the Beanstalk, due tipi loschi e paranoici che ogni tanto bussano alla sua porta. Jack è piccolino, l’altro, come dice il nome, è uno spilungone allampanato. Poi c’è The Glass Stripper, una spogliarellista che si esibisce in una cabina di vetro nelle viscere di Los Angeles. E ancora Toe Tag, un bambino autistico che squarta, macella e fa sparire cadaveri per conto del suo paparino criminale. Tutti soprannomi che andavano tradotti per renderne l’efficacia. Come quasi sempre accade, però, quei soprannomi erano a dir poco difficili da tradurre, soprattutto perché, con l’eccezione di Toe Tag, erano parte di una serie di riferimenti al mondo delle favole che ritornavano lungo tutto l’arco della narrazione. Jack and the Beanstalk altro non è che il titolo della famosa favola del fagiolo magico. Ma quei due davvero non si sarebbero potuti chiamare “Giacomino e il Fagiolo Magico”. Per quanto riguarda The Glass Stripper, si tratta di un riferimento alla “glass slipper”, e cioè la “scarpetta di cristallo” di Cenerentola. In questo caso, tanto per cominciare, le regole dell’italiano imponevano l’uso di una preposizione diversa, facendo perdere sin da subito ogni possibilità evocativa – la spogliarellista in questione non è fatta “di” cristallo, poteva essere al massimo “la Spogliarellista del cristallo”. Avrei potuto infischiarmene bellamente e accettare la perdita, ma Craig Clevenger, l’autore, mi aveva detto chiaramente che avrebbe voluto mantenere i riferimenti fiabeschi, quindi bisognava trovare una soluzione soddisfacente. Ecco che Jack and the Beanstalk diventano Jack e lo Spaventapasseri (un riferimento a Il Mago di Oz, citato anche altrove nel romanzo). Per quanto riguarda la ragazza, invece, mi sono dovuto accontentare di chiamarla “la Fata dietro al vetro”, perdendo parecchio ma mantenendo perlomeno l’alone fiabesco. Tradurre “Toe Tag”, poi, nonostante l’assenza di riferimenti alle favole, si è rivelato una sfida non da poco. La traduzione letterale è “cartellino all’alluce”, un tantino strano e verboso come soprannome, no? E allora ho fatto un passo indietro. Il nome del personaggio testimonia la fine ineluttabile che tocca a chiunque abbia la sfortuna di incontrarlo. Dovevo trovare un nome che rendesse tutto questo, e non è stato facile.

Necrologio? Obitorio? No, non mi soddisfacevano. Non sembravano adatti ad essere usati come soprannomi. E poi mancava la sfumatura medica, l’odore di formalina.

Bisturi, allora? Troppo preciso, troppo pulito. Frangicoste? Troppo tecnico. Okay, lasciamo perdere il riferimento ospedaliero, concentriamoci sull’idea di una fine dolorosa.

Calvario, forse? Suona un po’ come Mario, Dario, che so… Berengario. Come nome ci starebbe anche. Troppo religioso, però, qualcuno potrebbe pensare che ne valga quasi la pena, visto il riferimento.

Gira che ti rigira, ho scelto Supplizio. Probabilmente avrei potuto trovare qualcosa di meglio, ma di certo era una descrizione accurata del personaggio e del suo ruolo nella vita delle persone.

Come abbiamo appena visto, quando si tratta di soprannomi la traduzione è non solo auspicabile, ma necessaria, se non si vuole rischiare di far perdere elementi importanti al lettore italiano che magari non mastica l’inglese. Certe volte però, sarebbe il caso che editor e revisori, a volte anche troppo zelanti a cambiare traduzioni perfettamente logiche, sviluppassero un po’ più di orecchio per quel che potrebbe suonare ridicolo. Vi devo confessare, infatti, che l’idea per questo post senza pretese mi è venuta imbattendomi in un libro nella biblioteca della Società Dante Alighieri di Brisbane, dove insegno italiano. Cercavo dei titoli per bambini, da prendere in prestito e leggere a mia figlia. Quand’ecco che vedo questo: Melanie Miraculi – Strega in azione. So bene che si tratta del nome della streghetta nell’originale inglese, nel quale, giocando sull’aggettivo miraculous, l’accento va messo sulla “a”, però – e non credo di essere un sessuomane – nel leggere il titolo ho subito pensato a un’accanita guardona con la passione del didietro. Insomma, stona, e pure parecchio. Una semplice scelta di buon senso – trasformare la “u” in “o” – avrebbe reso il titolo meno soggetto a battute sinceramente scontante ma comunque da mettere in conto.

Ancora una volta, è dura trovare una regola e seguirla. Si naviga a vista, si improvvisa, ci si adatta, si reinventa, tutte cose difficili quando a guidarci devono essere concetti vaghi ed arbitrari come “orecchio” e “buon senso”. Ma forse è proprio questa la bellezza del nostro lavoro.

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Google Street View CarNegli ultimi quindici anni la tecnologia ha trasformato radicalmente il modo di lavorare dei traduttori. Una volta si passava la maggior parte del tempo a sfogliare glossari e pesantissimi dizionari cartacei, a perdere la vista fra le righe piccole alla ricerca di una frase idiomatica, e soprattutto si visitava regolarmente la biblioteca locale per ricercare i riferimenti più oscuri.

Negli anni ’90 arrivarono i dizionari su CD-rom. Si scriveva una parola, e saltava fuori all’istante. Scrivevi la parola chiave della frase idiomatica che cercavi, e una frazione di secondo dopo eccola lì, bella evidenziata. Oggi ci appare normale, ma all’inizio doveva sembrare una specie di magia. Questi sviluppi, relativamente recenti, hanno davvero dato una spinta alla produttività dei traduttori, riducendone al contempo l’ansia, la depressione e la frustrazione – e non è poco. Ma era soltanto l’inizio. Quando Internet divenne un lusso alla portata di molti, aprì spazi nei quali si potevano scandagliare giganteschi archivi a velocità mai immaginate prima. Le directory di Yahoo! erano enormi e pronte per la ricerca. Si poteva stare meglio di così? Certo che sì. Entrò in scena Google. Avanti veloce, e tredici anni dopo Google è lo strumento che uso di più nel mio lavoro di traduttore.

Se la maggior parte dei miei colleghi confermerà di usare Google più di qualsiasi altro strumento, e se chiunque può facilmente capire il perché, molte meno persone penserebbero che anche Street View è uno strumento prezioso per il nostro lavoro.

Google Street View è semplicemente fantastico. In molti lo usano per mostrare agli amici dove sono stati in vacanza, o la via dove sono cresciuti. Ad altri piace farsi un’idea della zona nella quale pensano di prenotare un albergo o di avventurarsi a tarda sera per un concerto. Chi ha un sacco di tempo libero si perde virtualmente per le strade di città sconosciute. Insomma, è uno strumento prezioso nella vita quotidiana e una manna dal cielo per i curiosi cronici.

Come ho già detto, pochi immaginano che Street View sia uno strumento prezioso per un traduttore. Quando in un testo incappo in un riferimento ad un luogo, vado subito a cercarlo con Google, controllo se esiste, apro la corrispondente pagina di Wikipedia, trovo qualche immagine, magari un sito turistico. I siti turistici e le gallerie fotografiche, tuttavia, si limitano spesso a mostrare la attrazioni principali – senza contare che troverete milioni di immagini di ogni angolo di Parigi, ma per quanto riguarda una cittadina della campagna texana, beh… quella è un’altra storia. Grazie a questo strumento, però, il traduttore può facilmente farsi un’idea molto precisa persino dei luoghi meno conosciuti.

Stewart Beach Park, Galveston, TX

Traducendo Galveston, lo straordinario esordio di Nic Pizzolatto, mi sono letteralmente perso per le strade fatiscenti di quell’isola, “percorrendo” il lungomare per vedere quel che stavano vedendo i personaggi. Ok, i bar e gli alberghi di cui scrive Pizzolatto non c’erano (ce n’erano però tantissimi che corrispondevano alla sua descrizione)  ma in ogni caso sono riuscito a farmi un’idea dell’atmosfera dell’isola di Galveston. Va da sé che si può tranquillamente tradurre senza avere la minima idea di come siano i luoghi descritti, e innumerevoli scrittori hanno ambientato le proprie storie in luoghi esotici pur senza esserci mai stati, e senza averne visto una singola immagine. E probabilmente si tratta di una delle abilità più importanti per un autore, la capacità di immaginare l’aspetto, gli odori, i suoni, le sensazioni di un luogo.

Ciononostante, la possibilità di avere perlomeno un’impressione visiva può fare una grande differenza quando bisogna scegliere fra due quasi-sinonimi, e ci permette di visualizzare gli eventi con molta più accuratezza, aiutandoci quindi a dissipare eventuali dubbi relativi all’ambientazione, e di conseguenza a produrre una traduzione più accurata.

O Toole's Pub, Chicago, IL

Nel suo sorprendente romanzo Ogni cosa è importante! Ron Currie, Jr. nomina numerosissimi bar, ristoranti, negozi. Con mio grande stupore, quella volta mi accorsi che esistevano tutti nel mondo reale. Sia per un traduttore sia per un semplice lettore, poter stare davanti al pub di Chicago nel quale il protagonista si sta ubriacando in compagnia del suo amico amputato e tossicodipendente di certo aggiunge valore all’esperienza e, molto semplicemente, un’esperienza di lettura più intensa permette al traduttore di lavorare meglio.

C’è qualche altro collega che usa Street View nello stesso modo, o per altri scopi connessi al lavoro?

P.S. è interessante notare come Google Street View si sia rivelato per me infinitamente più utile del sorprendente ma pur sempre pessimo Google Translate.

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Dear all,

once again, sorry about the long absence. With a 6-month-old baby girl and a 6-week trip to Italy so that Nonno, Nonna and Zia could finally meet her I did not manage to find the discipline to update at all. After all, work/life balance is a hot concept right now, is it not? In any case, I assume most of you survived. In case you’re still hanging around here, I finally give you a .pdf of  my presentation at the recent AAL Conference about Literature and Translation. It’s called Translation as Re-creation and you can read it here. Enjoy, and stay tuned.

Carissimi,

ancora una volta mi devo scusare per la lunga assenza. Tra una bimba di sei mesi e un viaggio in Italia di sei settimane di modo che il nonno, la nonna e la zia potessero finalmente conoscerla, non sono riuscito a trovare la disciplina di aggiornare il blog. Ma dopotutto il concetto di equilibro fra vita e lavoro è parecchio in voga, ultimamente, no? In ogni caso immagino che siate sopravvissuti quasi tutti. Nel caso in cui siate ancora in giro per questo blog, finalmente vi presento il testo che ho presentato alla recente conferenza dell’AAL alla Monash University di Melbourne. Si è parlato di letteratura e traduzione, e il titolo della mia relazione era Translation as Re-creation. Potete leggerla qui. Buona lettura, e restate sintonizzati.

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Sono appena tornato dalla conferenza organizzata dall’Australasian Association for Literature alla Monash University di Caulfield, Melbourne, e ho pensato che a qualcuno potrebbe interessare una rapida cronaca. Quest’anno il tema era Letteratura e traduzione, e ho deciso di presentare una proposta, per vedere se la mia avventura lievemente accademica al simposio di Sydney fosse soltanto una casualità. Sorprendentemente (giacché sono un umile traduttore, e non un ricercatore universitario), hanno accettato la mia proposta e ho finito col presentare un articolo intitolato Translation as Re-creation, che probabilmente pubblicherò sul blog nelle prossime settimane.

L’organizzazione era impeccabile, gli organizzatori gentilissimi, e c’era un vero e proprio sciame di idee interessanti che ronzavano per l’edificio H del campus di Caulfield. Prima di tutto abbiamo avuto l’onore di ascoltare la fantastica introduzione del relatore principale, David Damrosch, autore di What is World Literature?, stella della letteratura comparata e peso massimo nel suo campo di studi. Il suo atteggiamento modesto è davvero una boccata d’aria fresca, considerato che ha studiato a Yale ed è titolare della cattedra di Letteratura Comparata ad Harvard. Damrosch è in grado di spiegare la complessità della letteratura mondiale con sorprendente vivacità, comunicando brillantemente la propria passione e il proprio amore per la letteratura. Ti parla di Gilgamesh, aggiunge qualche riferimento a qualche tavoletta  azteca, e poi mette su un giocoso ma impeccabile accento russo leggendo le battute del fittizio scrittore russo Vladimir Brusiloff’s nel racconto breve “The Clicking of Cuthbert”, di P. G. Wodehouse.  Lasciatemelo dire, è ben difficile parlare dopo di lui.

Sfortunatamente per il resto della conferenza c’erano sempre cinque o sei sessioni contemporaneamente, quindi ho dovuto perdermi tutta una serie di relazioni che promettevano molto bene.

La prima sessione a cui ho assistito era intitolata Il processo traduttivo. Ho apprezzato molto le riflessioni di Marc Orlando sulla sua traduzione in francese di Mau Moko, un libro scritto in inglese e maori sull’arte dei tatuaggi facciali nella storia polinesiana, caratterizzato da un attivismo politico che si è dimostrato una bella sfida per il traduttore (eh già, anche gli intenti vanno tradotti). Il suo uso della musica (quattro diversi arrangiamenti de La valse d’Amelie) per dimostrare come la stessa opera si può arrangiare diversamente a seconda delle intenzioni, del contesto e del pubblico riecheggia poi uno degli argomenti che ho proposto nella mia relazione e cioè “se chi esegue una cover, o la reinterpretazione di un pezzo di musica classica è considerato un musicista, perché mai il traduttore non dovrebbe essere considerato uno scrittore?” Ho inoltre apprezzato molto il suo approccio pragmatico e moderno al problema della stranierizzazione  (ossia “lasciare in pace l’autore, portare il lettore verso l’autore”) e dell’addomesticamento (“lasciare in pace il lettore, portare l’autore verso il lettore”) che lio porta ad identificare uno spazio del traduttore, una terra di nessuno a metà fra i due poli, dove autore e lettore dovrebbero incontrarsi. Di nuovo, avevo proposto un’idea simile nella mia relazione al simposio di Sydney, mettendo in guardia rispetto all’eccessiva adesione ai poli teorici. Dopo di lui, il pirotecnico Royall Tyler ci ha regalato un’illuminante analisi della traduzione dei grandi poemi epici medievali giapponesi, con tanto di rivisitazione pop di un’opera musicale e poetica della tradizione giapponese.

Nella sessione intitolata Censura e ideologia, Belinda Calderone ha analizzato il modo in cui le traduzioni delle fiabe italiane e francesi del 16° e 17° secolo realizzate nell’Inghilterra vittoriana finivano spesso per censurare e disinfettare il testo al punto di renderlo incoerente, eliminando temi come violenza, stupro e omicidio nel tentativo di trasformare in storie per bambini quelle che erano essenzialmente leggende popolari. Feng Cui, per quanto assente, ha inviato un interessante contributo sul ruolo delle traduzioni “di stato” nel dar forma al dibattito letterario nella Cina comunista, sempre al servizio di un’agenda politica in costante aggiornamento fra la fine degli anni ’40 e la rivoluzione culturale.

In Tradurre stili e vociLeah Gerber ha affrontato il complesso problema dell’invecchiamento delle traduzioni, con un dettagliato studio delle varie traduzioni inglesi  di Emil und die Detektive di Erich Kästner, aprendo interessanti spazi di dibattito. Perché una traduzione invecchia? Ha senso ritradurre un’opera degli anni ’20 per farla suonare più contemporanea e assicurarsi che venga ancora letta? E l’originale, è anch’esso invecchiato come la traduzione? In caso di risposta negativa, è possibile trovare strategie di traduzione che possano permettere ad un testo di superare la prova del tempo senza che Emil parli come un ragazzino di oggi? Dopo di lei, Suzie Gibson ha presentato un’interessante lettura dei molti adattamenti di The Turn of the Screw, seguita dall’ottima relazione di Andrew Read che ha analizzato le traduzioni francesi e tedesche di Northern Lights di Pullman, così come l’adattamento teatrale e quello cinematografico, nel tentativo di individuare le conseguenze delle scelte del traduttore. Nell’originale la protagonista, Lyra, parla un socioletto squisitamente working class che viene reso con molta efficacia tramite l’uso non ortodosso di ortografia e grammatica. Tutte le traduzioni (e, in una certa misura, l’adattamento cinematografico) appiattivano invece il suo linguaggio, facendola parlare in modo molto più corretto, e cambiando di conseguenza non soltanto la percezione del personaggio, ma influenzando addirittura la percezione dei rapporti fra diversi personaggi. Anche qui, si tratta di un argomento che ho affrontato altrove, ed è difficile esagerare l’importanza di questa pratica per il successo di una traduzione.

Il martedì si è aperto con Fertilizzazione incrociata e trasmissione, molto promettente, e piuttosto interessante. Emily Finley si è concentrata sulla traduzione del termine hegeliano Aufheben (una parola che implica al tempo stesso distruzione e conservazione). Come tradurla: suppressAbolishRemove? Il bizzarro sublate? O forse, come suggerito da qualcuno, to take care ofChris Danta ha offerto idee molto originali ma parecchio lontane dai problemi della traduzione. Quando ha usato la parola traduzione le ha attribuito un significato molto diverso da quello comunemente accettato. Sono sicuro che qualunque studente in ambito letterario l’avrebbe trovato estremamente ben scritto, e non ho certo mancato di notarne l’originalità. Il problema è che era tutto molto distante dal mio campo. La terza presentazione, di Slobodanka Vladiv-Glover, ha analizzato il modello di parodia di Bakhtin come mezzo di trasmissione e traduzione di forme culturali, sottolineando come la traduzione possa condurre al sorgere di nuovi generi letterari in spazi nazionali nei quali erano in precedenza assenti.

Poi, con la tensione che cominciava a salire in vista del mio turno, si è fatta l’ora di Creazione e creatività (I). Curiosamente, visto che sarei apparso in Creazione e creatività (II) subito dopo pranzo, sono rimasto piuttosto deluso da due delle presentazioni. La sessione in realtà era cominciata bene, con Joel Scott e i suoi convincenti argomenti riguardo la “differenza” nella scrittura e nella traduzione. Joel ha proposto idee molto interessanti sul ruolo della differenza, compresa quella linguistica, in letteratura. Mi sarebbe piaciuto sentire di più riguardo le possibili strategie di traduzione della scrittura bilingue di Susana Chàvez Silverman e meno riguardo le implicazioni socio-politiche e post-coloniali dell’idea di differenza, ma tutto sommato la sua presentazione è stata molto coinvolgente e mi sono trovato ad annuire in risposta a diverse delle affermazioni di Joel. Dopo di lui ha parlato Luke Johnson, che si è concentrato sul processo di riconoscimento dell’autore nel proprio lavoro e nelle traduzioni del proprio lavoro, tramite uno stimolante parallelo psicologico con il bebè che impara a riconoscersi nello specchio. Si è trattato però, di una ventina di minuti quasi puramente teorici, senza un vero interesse verso il processo traduttivo. Ho quasi smesso di ascoltare, poi, quando Luke ha paragonato il traduttore a colui che scatta una fotografia. Chiunque abbia tradotto anche solo un paragrafo sa che ci vuole un po’ più che non un semplice clic. Forse se avesse sostituito il fotografo con un pittore iper-realista avrei potuto accettare il paragone. Infine, H.J. van Leeuwen ha girato intorno all’idea di traduzione con citazioni piuttosto banali e un sacco di riflessioni filosofiche. Non dubito che sia molto competente nel suo campo, ma nonostante il suo disclaimer iniziale “Non sono un traduttore” non ho potuto fare a meno di pensare che si trattasse per la maggior parte di fuffa filosofica. Attenzione, non ho intenzione di insultare nessuno. Anche questi ultimi due partecipanti chiaramente sapevano bene quel che stavano facendo. Soltanto che nessuno dei due si è occupato in maniera coinvolgente del processo traduttivo. Nonostante il mio vivo interesse per le teorie della traduzione, ho bisogno che la teoria abbia un ruolo di sostegno alla pratica, oppure che faccia luce su di essa. Quando la traduzione, in senso molto generale, diventa invece un esempio fra tanti in un discorso che non si occupa di traduzione, il mio interesse comincia a scemare, a meno che non stia ascoltando David Damrosch.

L’ultima sessione, che aveva fra i protagonisti il vostro affezionatissimo – eh già, non ho potuto rilassarmi fino alla fine – è stata, fortunatamente, tutta un’altra cosa. Emiko Okayama, traduttrice e ricercatrice, ha usato i propri studi per mostrare come le diverse traduzioni e i successivi adattamenti del romanzo dialettale cinese Suikoden in giapponese abbiano finito non soltanto per generare un’opera originale in giapponese (Nansō Satomi Hakkenden) ma addirittura per dare vita ad un nuovo genere nella letteratura giapponese. L’altra collega, Nataša Karanfilović, ha condotto uno studio molto attento per denunciare quel che ho chiamato il “lato oscuro della ri-creazione” dimostrando come una lunga serie di errori grossolani nella traduzione verso il serbo del romanzo The Aunt’s Story di Patrick White abbia non soltanto eliminato innumerevoli riferimenti culturali, ma reso il testo incoerente. La quasi inesistente reazione della critica ha finito per sabotare l’appeal di White sul mercato serbo, e infatti nessun altro dei suoi romanzi è stato tradotto dopo questo fiasco. Per quanto riguarda il vostro affezionatissimo, in attesa di una versione rifinita del mio articolo (e soprattutto in attesa della sua traduzione italiana, ancora inesistente), vi riporto il sommario, nella speranza che vogliate saperne di più:

Traduzione come ri-creazione

Il traduttore è uno scrittore? Dal punto di vista tecnico, parrebbe ovvio. La percezione, tuttavia, è spesso diversa. Se chi esegue una cover o reinterpreta un pezzo classico è considerato un musicista, per quale motivo il traduttore non dev’essere uno scrittore? Si potrebbe dire che il traduttore non è uno scrittore creativo, ma anche questo, ovviamente, non è esatto, dato che ogni traduzione impone costantemente la ricerca di soluzioni creative sia dal punto di vista linguistico che da quello culturale. In troppi, persino in ambito editoriale, hanno l’impressione che i testi esistano come entità immutabili, e che la lingua in cui sono scritti non sia che una patina che si può meccanicamente sfregare via e sostituire con una nuova. Quali sono i pericoli di questa errata concezione? I traduttori sono scrittori che manipolano creativamente gli elementi culturali e linguistici di un testo per produrre un nuovo testo, una creazione originale della quale sono anche legalmente riconosciuti come autori. Oltretutto, l’atto stesso del tradurre inevitabilmente influenza il tono e lo stile della narrazione, persino la voce dei personaggi. Il mio articolo partirà da questi problemi per esplorare l’idea della traduzione come ri-creazione, in ambedue i sensi della parola, “nuova creazione” e “distrazione, svago che ridà tono al fisico e allo spirito”, con particolare attenzione al potere rigenerante della traduzione su testi e lingue, così come su autori e lettori. 

Dopodiché abbiamo avuto l’onore di ascoltare Rita WilsonBrian Nelson e David Damrosch in una strepitosa discussione circa traduzione e letteratura mondiale, un parterre d’eccezione per un finale col botto.

Sfortunatamente ho perso l’occasione di ascoltare molti articoli che avrei probabilmente trovato interessantissimi. Laura Olcelli e il suo “disorientamento geografico e linguistico”, Felix Siddel che parlava di Buzzati e della “traduzione come catalizzatore in una carriera letteraria”, Maria Cristina Seccia con Translating Caterina Edwards: the overlap of two cultures, Luigi Gussago su Cesare De Marchi e molti altri ancora.

La buona notizia, tuttavia, è che questa conferenza aveva lo scopo preciso di “educare” l’accademia circa l’importanza della traduzione, e a giudicare dalla quantità di studiosi presenti (credo di essere l’unico senza affiliazione universitaria) sembra proprio che abbia centrato l’obiettivo. La traduzione sembra essere stranamente di moda in ambito accademico, ultimamente, e vorrei spronare tutti i traduttori a battere il ferro finché è caldo e contribuire quel che possono di modo che la traduzione letteraria possa finalmente avere il posto che merita negli studi letterari e culturali.

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You are uselessLa settimana scorsa l’Observer ha pubblicato un interessantissimo articolo di Maureen Freely, che ha tradotto le opere di Orhan Pamuk in inglese con notevole successo. Ne raccomando la lettura a chiunque sia interessato al rapporto fra autore e traduttore, ma è un articolo talmente vasto che tutti ci troveranno qualcosa. In particolare mi hanno colpito un paio di ottimi argomenti proposti da Maureen Freely. Innanzitutto quando ricorda ai lettori quanto sia importante la traduzione letteraria, e, di conseguenza, quanto siano importanti i traduttori letterari. Cito e traduco al volo:

Un romanziere colombiano emergente potrebbe essere influenzato non soltanto da Borges, Conrad e Faulkner, ma anche da autori contemporanei provenienti da Asia, Africa ed Europa; la sua risposta letteraria ai loro lavori finirà a sua volta con l’influenzare  le prossime opere dei suoi contemporanei dall’altra parte del mondo. Queste complesse trame di fertilizzazione incrociata si esaurirebbero da un giorno all’altro se non fosse per i traduttori letterari e per gli editori che li sostengono.

Non potrei essere più d’accordo. Questo concetto di fertilizzazione incrociata (nel mio primo post parlavo di impollinazione incrociata) è sempre stato uno dei miei cavalli di battaglia. Il fatto che nei paesi di lingua inglese le traduzioni costituiscano meno del 3% della letteratura pubblicata, ad esempio, è alquanto preoccupante. E non dal punto di vista di un trito concetto di “imperialismo culturale”, a semplicemente perché pubblicare, e quindi leggere, così poca letteratura straniera tradotta fa male alle letterature nazionali dei vari paesi anglosassoni. Goethe riteneva che senza influenze esterne la letteratura di un paese entra rapidamente in una fase di stagnazione. Inoltre, in quei paesi dove le traduzioni costituiscono anche un terzo di quel che si legge,

non è insolito che romanzieri e poeti siano o siano stati anche traduttori. Sebbene la maggior parte di questi affermerà di averlo fatto per potersi permettere di scrivere, spesso risulta evidente, leggendo le loro opere, che queste sono state arricchite dalle conversazioni immaginarie avute con i poeti e romanzieri dei quali hanno tradotto le parole.

Cambiando argomento, l’articolo della Freely mostra anche che la traduzione automatica è assolutamente inutile per quanto concerne un testo letterario. Qualche mese fa ho fatto un confronto tra i più popolari traduttori automatici gratuiti, nel tentativo di mostrare a chi se ne serve quanto sia facile incappare in gravi incidenti linguistici. Mi ha sorpreso vedermi linkato dal Barbaro in persona, Luigi Muzii il quale mi ha dato dello sprovveduto (sebbene sostenga anche che Edith Grossman, Sylvia Notini e Lawrence Venuti danneggino la nostra professione, quindi diversi grani di sale sembrerebbero giustificati) per poi inveire contro quegli sciocchi dei traduttori letterari  e il loro bisogno di sentirsi insostituibili. Non mi sono preso la briga di replicare, il mio post dimostrava quel che voleva dimostrare, e non voleva assolutamente essere un’approfondita e seriosa analisi tecnica del lavoro che sta dietro questi traduttori automatici, in materia del quale, ovviamente, non sono per nulla ferrato. Mi sono limitato ad analizzare i risultati. E Maureen Freely nel suo articolo ci fornisce un esempio ancora più lampante del fatto che per il momento i traduttori letterari non hanno nessun bisogno di sentirsi insostituibili, giacché apparentemente lo sono ancora: ecco la prima frase di Istanbul: i ricordi e la città, tradotta da Google Translate:

A place in the streets of Istanbul, similar to ours in a different house, with everything I like, twin, or even exactly the same, starting from childhood lived another Orhan a corner of my mind I believed for many years.

Laddove Maureen Freely traduce:

From a very young age, I suspected there was more to my world than I could see: somewhere in the streets of Istanbul, in a house resembling ours, there lived another Orhan so much like me that he could pass for my twin, even my double.

Non è proprio la stessa cosa, o sbaglio? Ancora più incredibile è la traduzione googlese della prima frase de Il libro nero:

Bed-of top-from tip-to as-far-as stretched-out blue checked quilt-of rugged terrain-its, shadowy valleys-its and blue soft hills-its-with covered sweet and warm darkness-in Rüya face-down stretched-out sleeping-was.

Hmm. Vediamo che dice la Freely:

Rüya was lying face down on the bed, lost to the sweet, warm darkness beneath the billowing folds of the blue-checked quilt.

Non credo sia necessario aggiungere troppo. Ciononostante, è un mondo libero. E (soprattutto vista la sua esperienza e competenza) Muzii può liberamente dare dello sprovveduto al sottoscritto e a tutti coloro che divulgano e difendono il ruolo vitale della traduzione letteraria, o sottolineano l’impossibilità che un essere umano possa essere sostituito da una macchina per tradurre letteratura. Per quanto concerne il resto di noi, continueremo a contrabbandare parole, idee, metafore, visioni. La cura migliore contro la barbarie linguistica.

Immagine: You are Useless, di 2493/Gavin Bobo (Flickr).

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Anna Maria BiavascoAnna Maria Biavasco è un vero e proprio mostro sacro della traduzione letteraria italiana. Traduce autori come Patricia Cornwell, Dan Brown, Joyce Carol Oates, John Grisham, e una valanga di altri scrittori, più o meno celebri. Una cosa è certa, quando una casa editrice ha per le mani un titolone, chiama lei per tradurlo. Credo voglia dire molto, e fidatevi quando vi dico che non succede a molti traduttori, di essere letteralmente rincorsi. Ho avuto la fortuna di averla come insegnante all’università, e il suo esempio e il suo incoraggiamento sono stati determinanti nella mia scelta di tentare la travagliata carriera di traduttore letterario. Non voglio perdermi troppo in sbrodolanti elogi, che pur meriterebbe, come collega e prima ancora come persona, ma visto che ci ha concesso un po’ del suo prezioso tempo per rispondere a qualche domanda, vorrei approfittarne. Partiamo da qualche domanda generica sugli argomenti che tratteremo sul blog.

GMB: Anna Maria, grazie per il tuo prezioso tempo. Cominciamo subito. Cosa significa per te tradurre?

AMB: Che domanda difficile! A me è sempre piaciuto leggere, e anche scrivere. Tradurre mi consente di fare tutt’e due (ed essere pagata per questo!). Quando leggi, cerchi di capire, di sentire, il mondo dell’autore, di fartici portare. Tradurre per me vuol dire ricreare quel mondo per chi non è capace di entrarci in lingua originale.

GMB: Quando hai iniziato tu, non c’erano molti corsi di laurea, scuole di traduzione, master, e via discorrendo. Come hai cominciato, quando, ma soprattutto, perché?

AMB: Faccio parte di quella fortunata categoria di persone che sono riuscite a realizzare il loro sogno giovanile: ho sempre voluto fare la traduttrice. Mi dicevano: “Ma così scriverai sempre cose che dicono degli altri!” E io, con adolescenziale arroganza, pensavo che non avevano capito niente. Sono rimasta della stessa adolescenziale arroganza: mi sento come l’attrice che interpreta Giulietta, contenta di recitare le parole scritte da Shakespeare…

Ho cominciato subito dopo la laurea in lingue e un anno in Irlanda a insegnare italiano, come traduttrice tecnica. Il salto verso l’editoria è venuto più tardi, per gradi, con una prova per la Sperling & Kupfer e poi, già insieme a Valentina Guani, per Mondadori. Penso fosse più facile, allora. Per noi lo è stato.

GMB: Quali sono, secondo te, le doti fondamentali che deve avere un traduttore?

AMB: Ho insegnato traduzione all’università per tredici anni e mi sono resa conto che traduttori si nasce, almeno fino a un certo punto. E’ una sensibilità, un orecchio particolare, che va affinata e che migliora con la pratica, ma che se non hai di tuo non credo tu possa acquisire. E’ anche una curiosità per le parole, per i modi di dire, per le sfumature di significato, per le allusioni, le connotazioni.

Al di là di questo, un traduttore deve saper leggere e scrivere.

GMB: Che cos’è il traduttore? Uno scrittore, un imitatore, un pappagallo, o che altro?

AMB: E’ uno scrittore, sì, e anche un imitatore. E poi anche un doppiatore, un attore, un adattatore, un esperto linguistico e culturale e un tuttologo: deve sapere tutto di tutto. Prima di Internet era anche un topo di biblioteca. Adesso è un internauta.

GMB: Hai tradotto una valanga di libri – letteralmente, se uno ci restasse sotto, sarebbe difficile uscirne – quali ti hanno segnata maggiormente?

AMB: Farei fatica a tradurre il termine “segnata”… A livello intimo, “La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates, tradotto subito dopo la morte di mia madre. Impossibile prendere le distanze, a volte piangevo sulla tastiera: è stato catartico, però. A livello professionale, tradurre la Cornwell mi ha dato una “fama” davvero sorprendente: ricordo un paio di casi in cui mi è stato chiesto: “Mi scusi, ma lei è mica la Biavasco che traduce Patricia Cornwell?” E io che credevo che nessuno andasse a leggere il nome del traduttore! Poi ci sono i libri che ho tradotto a stretto contatto con l’autore, in genere recuperato su Facebook. E’ divertente e molto interessante scegliere insieme all’autore certe soluzioni, ed è rassicurante confrontarsi su diverse possibili interpretazioni. Penso che da queste collaborazioni siano nate le traduzioni migliori.

GMB: Mai pensato di scriverne di tuoi?

Sì, tante volte. E dico sempre: “Lo farò quando avrò il tempo e l’agio per dedicarmici”. Temo non succederà mai…

GMB: Se potessi ritradurre in Italiano un grande classico della letteratura, quale sceglieresti?

AMB: Amo Dostojevskij, ma purtroppo non so il russo…

GMB: A volte mi sento come un attore che si avvicina a un personaggio, anzi, molto spesso a un intero cast. C’è da fare proprio il punto di vista del narratore, ma anche entrare in testa a ogni singolo personaggio della storia. Solo che purtroppo non ci pagano quanto Hoffman per Rain Man. Tu cosa fai nel momento in cui ti avvicini al nuovo libro da tradurre? Come ti prepari?

AMB: Leggo, traduco, rileggo, correggo, rileggo, aggiusto, rileggo, riscrivo. A volte capisco certe sfumature alla quarta rilettura. A volte certi particolari mi colpiscono solo quanto rileggo le bozze definitive, appena prima della stampa. Più un libro è bello, più stratificati sono i significati. Devo essere un po’ ottusa, ma difficilmente li capisco alla prima. Ho bisogno di fare e disfare.

GMB: Una volta erano i traduttori – quasi tutti più che benestanti – a scegliere i libri da tradurre e pubblicare. Oggi i giochi si fanno alle grandi fiere del libro, l’editor ci chiama con un libro da tradurre, ci manda il contratto. Siamo dunque ormai semplici impiegati? C’è ancora spazio per certe romanticherie? Per il traduttore che personalmente “trans-duce” l’opera da un pubblico ad un altro?

AMB: Un tempo a tradurre erano letterati, intellettuali e studiosi. Bravissimi a scovare opere interessanti, ma spesso non altrettanto a tradurre. Adesso ci sono gli editor che leggono, leggono e leggono alla ricerca del libro da pubblicare e i traduttori che traducono, traducono e, secondo me, traducono meglio perché conoscono meglio il loro mestiere.

GMB: Insegni da anni, e ho avuto la fortuna di imparare da te. Quanti dei tuoi alunni si sono fatti strada – o si stanno facendo strada – in ambito letterario? E, non per vantarci, ma quanto pensi sia realmente possibile insegnare, al di là di tecniche e strategie, la sensibilità necessaria a far bene questo lavoro?

AMB: Quanti dei miei alunni? Pochi. E – mi duole dirlo, essendo un’antica femminista – quasi tutti maschi. Mi sono chiesta spesso perché. Forse perché un maschio che studia traduzione è proprio determinato a tradurre; una ragazza magari segue semplicemente la corrente che dal linguistico la porta a lingue. Non lo so, però. Chissà.

GMB: C’è un motivo particolare per cui i traduttori italiani – anche in ambito tecnico – sono i meno pagati e meno tutelati d’Europa, o è semplicemente la condizione dei lavoratori italiani di ogni settore? Quali passi avanti stiamo facendo?

AMB: Passi avanti? Nei miei vent’anni e più di esperienza direi che li stiamo facendo indietro. Siamo pagati meno perché traduciamo di più. Un povero italianista in Inghilterra tradurrà sì e no un libro ogni due anni. Noi abbiamo pagine e pagine di imbrattacarte americani e inglesi da tradurre per tantissimi grandi e piccoli editori. Il passo indietro, a mio parere, è determinato dalla schiera di aspiranti traduttori usciti da scuole o animati da sacro furore (come me un tempo), pronti a tradurre gratis pur di fare curriculum. Difficile avanzare pretese, se fuori della porta c’è la coda di gente pronta a fare il tuo lavoro per un terzo di quello che chiedi tu. Devi mantenere altissimi gli standard: non solo di qualità, ma anche di velocità, puntualità, flessibilità, precisione, correttezza e magari anche di simpatia. E comunque più di tanto non riesci proprio a spuntare.

GMB: Personalmente ritengo questo mestiere uno dei più stimolanti al mondo. Puoi regalarci un aneddoto, o una storia, che ti ha fatto sentire fiera del tuo mestiere e ti ha confermato di aver fatto la scelta giusta?

AMB: Non mi viene in mente nessun aneddoto in particolare. Ma adoro quando mi dicono: “Sai, stavo leggendo quel libro e pensavo che l’autore scrive proprio bene. Poi mi è venuto in mente che in realtà leggevo le tue parole. Scrivi proprio bene!”

GMB: Quando potrò avere l’onore di una traduzione a quattro mani con te?

AMB: Spero presto… E ti assicuro che sarò più svelta e puntuale di quanto non sia stata con questa tua intervista!

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