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Posts Tagged ‘Diversità linguistica’

A man of many language symbolsL’altro giorno leggevo The Virtual Linguist e ho trovato questo post che citava un interessantissimo articolo di Lera Boroditsky sul Wall Street Journal. Qualche tempo fa, in questo post, abbiamo già parlato dell’idea che sebbene il nostro modo di pensare plasma la nostra lingua, potrebbe essere altrettanto vero che la lingua che parliamo plasmi il modo in cui pensiamo. Si tratta di una teoria controversa, ma nell’articolo in questione Boroditsky sostiene che sempre più elementi sembrano mostrare come, in una certa misura, potrebbe essere proprio così.

A Pormpuraaw, una remota comunità aborigena in Australia, la lingua indigena non usa termini come “sinistra” e “destra”. Ogni cosa viene descritta in base ai punti cardinali (nord, sud, ovest, est) il che significa che si dicono cose del tipo “Hai una formica sulla gamba a sudovest.” Per dire ciao a Pormpuraaw, ci si chiede “Dove vai?”, e una risposta appropriata potrebbe essere, “Molto lontano a sud-sud-ovest. E tu?” Se non sai orientarti, non riesci letteralmente a dire ciao.

Questo ha probabilmente a che fare con uno stile di vita tradizionalmente basato sulla caccia e sulla raccolta, nel quale è della massima importanza sapere dove si sta andando, e sembra logico quindi che ci si pensi piuttosto spesso. Chiaramente questa caratteristica linguistica è in primo luogo un prodotto del modo di vivere di questa comunità. E tuttavia ogni nuovo membro di questa comunità imparerà a percepire lo spazio in un senso che è plasmato dalle parole che impara per parlarne. C’è di più:

[abbiamo dato] ai pormpuraawani delle immagini che mostravano delle progressioni temporali (ad esempio delle immagini di un uomo in età diverse, o della crescita di un coccodrillo, o di una persona che mangia una banana). Il loro compito era di sistemare le foto mischiate per terra, a comporre la giusta sequenza temporale. Il test è stato somministrato ad ogni persona in due sedute diverse, e in due direzioni cardinali diverse. Abbiamo osservato che chi parlava inglese le sistemava da sinistra verso destra. Chi parlava ebraico da destra verso sinistra (poiché l’ebraico si scrive da destra verso sinistra).

Abbiamo osservato che i pormpuraawani, invece, orientavano il tempo da est a ovest. Il che significa che, quando erano rivolti verso sud, il tempo andava da sinistra a destra. Quando erano rivolti verso nord, da destra a sinistra. Quando erano rivolti ad est, verso il corpo, e così via. Ovviamente non abbiamo mai detto ai partecipanti in quale direzione fossero rivolti. I pormpuraawans non solo lo sapevano già, ma spontaneamente usavano questo orientamento spaziale per costruire le loro rappresentazioni del tempo.

L’articolo abbonda di altri esempi, e vi consiglio caldamente di trovare il tempo per leggerlo se vi interessano queste cose. In fondo, comunque, l’idea non è nuova, e alcuni esempi sono di certo già noti a molta gente. Il più famoso è probabilmente la neolingua di Orwell, che in 1984 avrebbe dovuto sostituire l’inglese

Entro il 2050 — probabilmente prima — ogni vera conoscenza della vecchia lingua si sarà estinta. Tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron — esisteranno soltanto nelle versioni in neolingua, non soltanto trasformati in qualcosa di diverso, ma in vera e propria contraddizione con ciò che erano. Persino la letteratura del Partito cambierà. Persino gli slogan cambieranno. Come si può avere uno slogan come “la libertà è schiavitù” quando il concetto di libertà è stato abolito? L’intera geografia del pensiero sarà diversa. In realtà non ci sarà pensiero alcuno, non come lo intendiamo oggi. Ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia è incoscienza.

L’uso politico della lingua e persino della conoscenza del rapporto fra lingua e pensiero preoccupa diverse persone, che temono le possibili distorsioni di quest’idea da parte di razzisti, suprematisti, e matti assortiti. Purtroppo però i pazzi usano già tutto quel che possono per avanzare le loro balzane teorie, e spesso la “scienza” li aiuta pure. Ho letto di persone che sostengono che  le persone con gli occhi azzurri siano più intelligenti o che gli scozzessi con i capelli rossi discendono dai Neanderthal. C’è di tutto. Sfortunatamente, la stupidità sarà sempre tra noi, ma in questo caso si tratta di capire noi stessi. Parlare di differenze non implica nessuna negazione dell’uguaglianza. Ma uguaglianza dei diritti non significa essere tutti identici. E le nostre differenze, quando sono capite, rispettate, e combinate, si rivelano spesso la nostra più grande ricchezza.

Devo dire che, nonostante tenda ad essere spietato nei confronti di chiunque prenda la Bibbia letteralmente, queste nuove scoperte suggeriscono che l’incipit In principio era il verbo potrebbe invece avere un significato molto letterale.

Non dimenticate di leggere l’articolo qui.

FOTO: A man of many language symbols, di eyesplash Mikul (Flickr).

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Qualche giorno fa abbiamo discusso questo articolo apparso su New Scientist, collegando l’idea di diversità linguistica che emerge dallo studio all’argomento principale di cui trattiamo su questo blog, e usandola come un ennesimo strumento con il quale divulgare quello che è il lavoro del traduttore. Affrontando differenze specifiche fra le lingue, e usando esempi appropriati, diventa più facile spiegare quel che facciamo senza dover ricorrere a quel genere di gergo metafisico che, ammettiamolo, i traduttori adoperano un po’ troppo spesso, e che servono solo a perpetuare errate concezioni della nostra professione.

Oggi vorrei citare e tradurre al volo un altro passaggio dello stesso articolo, meno attinente alla traduzione in senso stretto, ma nonostante questo estremamente interessante, e sul quale vale la pena di riflettere:

Negli ultimi anni, si è parlato molto dell’idea che gli umani possiederebbero un “istinto linguistico”: i bambini imparano facilmente a parlare perché tutte le lingue seguono una serie di regole già presenti nel cervello. E sebbene non vi sia dubbio che il pensiero umano influenzi la forma che prendono le lingue, se Evans e Levinson hanno ragione, il linguaggio a sua volta plasma il nostro cervello. Ciò suggerisce che fra gli esseri umani potrebbero esistere più variazioni di quanto pensassimo, e che i nostri cervelli funzionerebbero diversamente a seconda dell’ambiente linguistico in cui siamo cresciuti. Il che ci porta ad un’inquietante conclusione: ogni volta che una lingua si estingue, l’umanità perde un importante elemento di diversità.

Penso subito allo scenario italiano. Al di là delle lingue minoritarie “straniere”, parlate in aree molto limitate o storicamente e culturalmente distinte (Albanese, Catalano, Tedesco, Greco, Sloveno, Croato, Francese, Franco-Provenzale, Occitano) soltanto tre lingue regionali sono riconosciute come tali: il Friulano, il Ladino, e il Sardo. Poi abbiamo quella lunga lista di lingue regionali riconosciute dall’UNESCO ma considerate “dialetti” dallo stato italiano. Di nuovo, alcune di queste lingue sono parlate da comunità estremamente piccole, altre,  invece, fino a tempi recentissimi, erano le lingue madri della maggior parte degli italiani (Emiliano-Romagnolo, Ligure, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Siciliano, Veneto) eppure oggi sono tutte considerate “vulnerabili” o “a rischio estinzione.”

Uno dei problemi, ovviamente, riguarda il dove tracciare la linea che separa dialetto e lingua. Tuttavia, ciò che fa sorridere è che quando sentite la gente parlare “italiano”, il loro eloquio sarà comunque pieno di prestiti e calchi presi dalla lingua locale. Senza di essi, l’italiano sarebbe assai più bigio. Un altro problema che chiunque abbia a cuore le lingue regionali si trova davanti nell’Italia di oggi è che la Lega Nord esalta le lingue regionali per tutta una serie di ragioni, quasi tutte sbagliate, e qualsiasi altro sforzo di proteggere dette lingue viene spesso liquidato come retrogrado e miope sia da destra che da sinistra. Il che, a mio modesto parere, è uno stato di cose molto, molto triste. Non fraintendetemi, le lingue cambiamo costantemente. Non avrebbe senso imporre il genovese ottocentesco al ligure medio di oggi (sebbene con l’ebraico ci si sia spinti molto più in là), tuttavia la generazione dei miei genitori già parlava una versione assai italianizzata del ligure, ma che nonostante tutto era una lingua separata, parlata in contesti diversi. Da orgoglioso sostenitore del multilinguismo come  modo per aprire la mente, non riesco davvero a capire che senso abbia perdere la nostra straordinaria diversità linguistica senza nemmeno provare a salvarla.

Non posso fare a meno di pensare ai miei amici senegalesi conosciuti in Francia. La maggior parte di loro parla wolof, sebbene alcuni, provenienti da etnie diverse, parlino sia la lingua della loro etnia d’origine, sia il wolof in quanto lingua maggioritaria nel paese, più il francese, e un inglese decente, a vari livelli.

Per quale motivo allora ci sembra così assurda l’idea di insegnare l’italiano come si deve ai nostri studenti (qualcosa che, stando ad una rapida ricerca su Google, siamo ancora ben lontani dal riuscire a fare) prepararli a parlare un inglese decente, e al contempo proteggere e promuovere la ricchezza culturale rappresentata dalle lingue regionali?

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Tower of Babel

Non credo sia necessario essere dei linguisti provetti per notare che la lingua che parliamo sembra plasmare il nostro modo di pensare, e il funzionamento del nostro cervello. Dagli anni ’60, tuttavia, abbiamo praticamente accettato l’idea della grammatica universale proposta da Chomsky, ovverosia la tesi che il cervello umano sia predisposto al linguaggio e che contenga in sé un programma in grado di decifrare le regole comuni a qualsiasi lingua madre.

Grazie a The virtual linguist ho trovato questo interessante articolo su New Scientist a proposito delle tesi dei linguisti Nicholas Evans, dell’Australian National University di Canberra e Stephen Levinson dell’Istitituto Max Planck di Psicolinguistica di Nimega, nei Paesi Bassi. I due sostengono che

il cervello di un bambino non è pre-progammato con regole linguistiche astratte. Le sue impostazioni iniziali invece sono molto più semplici: il primo lavoro del cervello è quello di costruire un cervello molto più complesso. E ciò avviene grazie all’uso di ogni input disponibile, linguaggio compreso. Questo potrebbe significare che i parlanti di lingue diverse hanno anche cervelli diversi, dice Levinson.

E potrebbe significare che quel che Chomsky ed altri definiscono “innato” sia in realtà il prodotto di un “programma” molto più semplice e meno rigido. Evans e Levinson sostengono che non vi siano universali linguistici assoluti, bensì

un misto di tendenze, più o meno forti, che caratterizzano l’ibrido “bio-culturale” che chiamiamo linguaggio.

Il che significa che c’è molto più spazio per le variazioni di quanto non ci si aspetti comunemente. Un passaggio assai interessante sottolinea come

fra gli umani c’è molta più varietà di quanto pensassimo, e i nostri cervelli funzionano diversamente a seconda dell’ambiente linguistico in cui siamo cresciuti.

Ammetto che Psicolinguistica e Neurolinguistica sono due dei campi di ricerca più affascinanti per uno come me, ossessionato dal linguaggio. Tuttavia, al di là della curiosità, credo che questo genere di ricerca spesso affronti problematiche che possono tornare molto utili ad un traduttore che cerchi di spiegare al grande pubblico cosa sia la traduzione, e di favorire la comprensione e il riconoscimento del nostro lavoro. Nell’articolo leggiamo, ad esempio che

Gli studi degli ultimi due decenni hanno mostrato che in molte lingue manca una categoria avverbiale aperta, il che vuol dire che il numero di avverbi disponibili è limitato. […] Più controversa è la tesi di alcuni linguisti secondo cui alcune lingue, come il Salish degli Stretti, parlata da alcune popolazioni indigene delle regioni nord-occidentali dell’America Settentrionale, non farebbero distinzione fra sostantivi e verbi, e che userebbero invece un’unica categoria che comprende eventi, entità e qualità.

Per quanto controversa, quest’ultima ipotesi ci permette di speculare riguardo le implicazioni che un simile fenomeno avrebbe in termini di traduzione. Quanto dovremmo modificare un testo scritto in una lingua simile, se dovessimo tradurlo in italiano? Si tratta di uno di quei casi in cui un esempio piuttosto estremo ci permette di capire a fondo il processo traduttivo e le abilità necessarie ad affrontarlo. E c’è di più. Apparentemente

I kiowa del nord America usano un marcatore plurale che significa “in numero inaspettato”. Usato con il termine “gamba”, il marcatore significa “una o più di due”. Usato con “pietra” significa “soltanto due”.

Ovviamente, se dovessimo tradurre dal kiowa all’italiano, dovremmo chiedere lumi al fine di ottenere maggiori informazioni – quell’uomo ha una gamba sola o ne ha più di due? Informazioni che un parlante kiowa non inserirebbe nell’espressione ma che la mente italofona troverebbe necessarie, non accontentandosi di sapere che qualcuno ha “un numero inaspettato” di gambe.

L’esempio più affascinante citato dall’articolo su New Scientist è

“rawa-dawa”, un’espressione della lingua mundari parlata nel subcontinente indiano, che significa “la sensazione di quando improvvisamente ti rendi conto che puoi fare qualcosa di riprovevole, e non c’è nessun testimone.”

Credo valga la pena far notare ai non-addetti ai lavori che fare da ponte tra differenze linguistiche così fondamentali è il lavoro quotidiano di un traduttore, nonché un esempio perfetto per suscitare nel pubblico una riflessione riguardo le abilità necessarie a superare le sfide che ci troviamo ad affrontare nei nostri spesso sottopagati sforzi di decodificazione e ricodificazione.

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