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Posts Tagged ‘Traduzione’

Oggi ascolto "Suzanne"Su questo blog si parla spesso di traduzione letteraria, ovviamente. E si è toccato l’argomento delle traduzioni dei dialoghi e dei sottotitoli nei film. Eppure, nonostante la mia atavica passione per la musica, mi sono reso conto di non aver ancora parlato della traduzione in musica.

Certo, è cosa più rara, soprattutto perché nella stragrande maggioranza dei casi ci si limita a scrivere un nuovo testo sulla musica originale. Gli esempi di “stravolgimenti” sono moltissimi. Abbiamo Pregherò (Stand by Me), una canzone d’amore che diventa un delirio mistico a buon mercato (dopotutto era per Celentano). C’è La casa del sole (The House of the Rising Sun) dove invece i bassifondi di New Orleans scompaiono per lasciare il posto ad una canzone d’amore. C’è Più di recente, Vasco ha messo un testo tutto suo  su Creep per sfornare Ad ogni costo, e aveva fatto lo stesso con Gli spari sopra (Celebrate degli An Emotional Fish) il cui verso “this party’s over” ha fornito lo spunto per la rielaborazione. Una cosa simile ha generato La nostra favola di Jimmy Fontana, dove le parole “my, my, my Delilah” diventarono “mai, mai, mai ti lascio”. E come tralasciare i mitici Dik Dik, che rifacevano qualsiasi cosa sentissero, più o meno.

Per farla breve, le nuove versioni non erano quasi mai traduzioni dei brani originali. Per quanto in poesia sia necessaria una rara maestria per poter rendere immagini e suoni nella gabbia della metrica, il tentativo spesso non veniva neanche fatto.

Una vistosa eccezione, invece, è quella dell’inarrivabile Fabrizio De André, che oltre a scrivere versi indimenticabili in italiano si è anche tolto lo sfizio di regalarci alcune delle migliori traduzioni che la musica leggera conosca. Partendo dalle canzoni di Brassens agli esordi (Il gorillaMorire per delle ideeLe passantiDelitto di paeseMarcia nuzialeNell’acqua della chiara fontana) per approdare poi a quelle di Leonard Cohen, come Giovanna D’ArcoNancy e Suzanne.

Proprio su quest’ultima vorrei soffermarmi un istante, giacché la considero semplicemente la miglior traduzione possibile del testo di Cohen. L’unico punto divergente è la consapevole scelta di Faber di non far “naufragare” Gesù e quindi il contorno di quel verso, ma, appunto, si tratta di una scelta ben precisa.

Ecco il testo originale:

Suzanne takes you down/to her place near the river/you can hear the boats go by/you can spend the night beside her/And you know that she’s half crazy/but that’s why you want to be there/and she feeds you tea and oranges/that come all the way from China/And just when you mean to tell her/that you have no love to give her/she gets you on her wavelength/and she lets the river answer/that you’ve always been her lover

And you want to travel with her/and you want to travel blind/and you know that she can trust you/for you’ve touched her perfect body/with your mind.

And Jesus was a sailor/when he walked upon the water/and he spent a long time watching/from his lonely wooden tower/and when he knew for certain/only drowning men could see him/he said All men will be sailors then/until the sea shall free them/but he himself was broken/long before the sky would open/forsaken, almost human/he sank beneath your wisdom like a stone

And you want to travel with him/you want to travel blind/and you think maybe you’ll trust him/for he’s touched your perfect body/with his mind

Now Suzanne takes your hand/and she leads you to the river/she is wearing rags and feathers/from Salvation Army counters/And the sun pours down like honey/on our lady of the harbour/And she shows you where to look/among the garbage and the flowers/There are heroes in the seaweed/there are children in the morning/they are leaning out for love/they will lean that way forever/while Suzanne holds the mirror

And you want to travel with her/you want to travel blind/and you know that you can trust her/for she’s touched your perfect body/with her mind

Ecco la versione di Fabrizio De André:

Nel suo posto in riva al fiume/Suzanne ti ha voluto accanto,/e ora ascolti andar le barche/e ora puoi dormirle al fianco,/si lo sai che lei è pazza/ma per questo sei con lei./E ti offre il tè e le arance/che ha portato dalla Cina/e proprio mentre stai per dirle/che non hai amore da offrirle,/lei è già sulla tua onda/e fa che il fiume ti risponda/che da sempre siete amanti.

E tu vuoi viaggiarle insieme/vuoi viaggiarle insieme ciecamente,/perché sai che le hai toccato il corpo,/il suo corpo perfetto con la mente.

E Gesù fu marinaio/finché camminò sull’acqua,/e restò per molto tempo/a guardare solitario/dalla sua torre di legno,/e poi quando fu sicuro/che soltanto agli annegati/fosse dato di vederlo,/disse: “Siate marinai/finché il mare vi libererà”./E lui stesso fu spezzato,/ma più umano, abbandonato,/nella nostra mente lui non naufragò.

E tu vuoi viaggiargli insieme/vuoi viaggiargli insieme ciecamente,/forse avrai fiducia in lui/perché ti ha toccato il corpo con la mente.

E Suzanne ti dà la mano,/ti accompagna lungo il fiume,/porta addosso stracci e piume,/presi in qualche dormitorio,/il sole scende come miele/su di lei donna del porto/che ti indica i colori/fra la spazzatura e i fiori,/scopri eroi fra le alghe marce/e bambini nel mattino,/che si sporgono all’amore/e così faranno sempre;/e Suzanne regge lo specchio.

E tu vuoi viaggiarle insieme/vuoi viaggiarle insieme ciecamente,/perché sai che ti ha toccato il corpo,/il tuo corpo perfetto con la mente.

Io la leggo e la rileggo, e il massimo che riesco a fare è cambiare qualche minuscolo dettaglio…

Foto: Oggi ascolto “Suzanne”, di Andrea D’Ippolito (CC-Flickr).

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Magic ItalyPovera Italia, altro che magica. Il sito del Ministero del Turismo è una tragedia che fa bella mostra di sé in vetrina. Una tragedia annunciata, peraltro. Ci avevano provato, alcuni coraggiosi, a far notare alcune stranezze. Ma l’Italia si conferma il paese dove le persone competenti sono generalmente tagliate fuori. Per il prezzo – otto milioni di euro – si potrebbero criticare tanto la veste grafica quanto il copywriting, ma oggi mi preme solo fare il punto sul problema delle traduzioni – un problema non da poco, dovendo il sito promuovere l’immagine dell’Italia anche e soprattutto all’estero.

Andiamo con ordine: lo scorso febbraio è comparso questo annuncio su ProZ, nel quale un’agenzia di traduzione cercava

nuovi collaboratori da inserire in un progetto di traduzione del ministero del turismo.
L’ente ci sta inviando e ci invierà per tutto il 2010 materiale del sito
http://www.italia.it da tradurre in inglese, francese, tedesco e spagnolo. La “cartella” dettata dal ministero è di 2600 caratteri (??) e il prezzo è di 9 euro lordi con pagamento a 90 giorni (sono sempre condizioni del ministero).
E’ un prezzo molto basso ma si deve pensare alla quantità e alla continuità del lavoro.

Ai non addetti ai lavori l’annuncio dirà poco, ma basta un passaggio tratto dalla Lettera Aperta al ministro Brambilla da parte di alcuni colleghi per capire di cosa stiamo parlando:

Un traduttore professionista che faccia bene il suo mestiere traduce fino a un massimo di 10-12 cartelle da 1500 caratteri al giorno, equivalenti a circa 6-7 cartelle da 2600 caratteri. Quella proposta corrisponde, quindi, a una tariffa massima di 54-63 euro lordi al giorno, pari in media a 25-30 euro al netto di contributi previdenziali e imposte. In altre parole, 9 euro lordi a cartella da 2600 caratteri corrispondono, a parità di potere d’acquisto, alla paga giornaliera di un operaio in uno sweatshop indonesiano. Una tariffa minima congrua allo sforzo e alla qualità richiesta dovrebbe essere pari ad almeno il triplo.

Non c’è altro da aggiungere. Di conseguenza, come viene già detto nella lettera aperta

non meraviglia che il sito www.italia.it sia pieno di strafalcioni grossolani e imbarazzanti, che danno una pessima immagine del nostro Paese nel mondo.

E col passare dei mesi gli strafalcioni sono venuti fuori con sempre maggior insistenza. Nell’ultimo mese se ne è parlato molto.

Giornalettismo.com ha pubblicato una divertente analisi degli scempi in francese.

Un Po di Danubio è andato a spulciare errori ed orrori madornali nella versione tedesca.

E persino Zucconi ha trattato il tema, non senza incappare in un paio di erroracci per evitare i quali, fra l’altro, sarebbero bastati tre clic contati. Ma questa è un’altra storia. In ogni caso, lode al buon Zucconi, che dominiddio ce lo conservi. Interessanti soprattutto i commenti.

Dal punto di vista di chi fa il traduttore – sul serio – Giornalettismo fa un errore grave, anche se comprensibile, quando dice

Riassumendo, con le parole di un francese madrelingua a cui abbiamo sottoposto la lettura del sito, il problema è che “è evidente che il sito non è stato scritto da un francese” – il che è ovvio e comprensibile – ma ciononostante “da un paese come il nostro ci si aspetterebbe un francese migliore”.

Eh no. Ovvio e comprensibile ‘sto par di palle, excuse my French. Vogliamo contattarlo un traduttore madrelingua, o siamo già tornati all’autarchia? Abbiamo idea di quanti traduttori di madrelingua francese abitano e lavorano nel nostro paese? Per quanto il ministero abbia deciso di passare per qualche agenzia di cialtroni, si sa che nella maggior parte dei casi bisognerebbe tradurre verso la propria lingua madre, altrimenti – salvo in rari casi di bilinguismo o quasi-bilinguismo – la traduzione non sarà molto naturale, e nel peggiore dei casi sarà maccheronicamente piena di calchi e obbrobri assortiti.

Un Po di Danubio invece si concentra sulla versione tedesca. Che a quanto pare sembra la peggiore, fino a questo momento. Io il tedesco non lo parlo da sei anni, però l’ho studiato, e mi ricordo che dopo due settimane sapevo perfettamente le declinazioni, e dopo la prima lezione sapevo che i sostantivi andavano scritti maiuscoli. Beh, per 9 euro lordi a macromegacartella, ovviamente, devono aver trovato soltanto il Nino Manfredi di Pane e cioccolata. Perché non si tratta di imprecisioni o di mancanza di scorrevolezza, ma di veri e propri strafalcioni.

Vi consiglio caldamente entrambi i post, ma possiamo riassumere dicendo che si va dal “fegato e spiritualità” del francese (roba che neanche Vasco) ai cani da bere di Venezia, dalle “collinette appenniniche” all’apoteosi di “the Verdi’s novels.” (con articolo superfluo, all’italiana, e gargantuesco lapsus interdisciplinare (roba che l’unico altro esempio è questo qui, tanto per vedere a che livello siamo). Addirittura Chico di Un Po di Danubio ha scoperto che

Ferrara è proprietà mondiale dell’Unesco (“Ferrara Unesco-Welteigentum”), insieme ad otto edifici di Ravenna: vittime illustri della cartolarizzazione di Tremonti?

No, ragazzi, sul serio. Bastano dieci secondi su Google – pardon, Gogol – che ci completa l’espressione facendoci trovare maree di siti che ci danno il giusto termine (Unesco-Welterbe). Pochi di più per passare da una lingua all’altra in Wikipedia. Chiunque fosse il povero fesso autore della traduzione, non si è concesso nemmeno quei dieci secondi. Di nuovo, però, a paghe da sottoproletariato indonesiano, chi glielo fa fare?

Insomma, una tragedia continua. Al modico prezzo di otto milioni di euro. Eppure, persino tra i commenti di Un Po di Danubio, che pur ci regala un post dettagliato nel quale spiega punto per punto i vari errori, si presentano i maestri della tecnica dello struzzo, la maggioranza silenziosa di questo triste paese:

Luca
Visto che siete cosí bravi com’é che non lavorate al ministero come traduttori?

Magica Italia…

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San GirolamoUn paio di mesi fa il mio talentoso collega, ideatore di No Peanuts! nonché star della blogosfera Wendell Ricketts ha scritto un interessantissimo articolo, Please stop talking about art, lamentando la fastidiosa tendenza di certi traduttori letterari che spesso parlano del proprio lavoro come una sorta di rituale mistico e sciamanico che soltanto alcune anime speciali possono portare a termine. Ovviamente una simile concezione non ci aiuta granché a presentarci come professionisti specializzati che hanno studiato tanto e continuano a studiare tanto, e che pertanto meritano un minimo di riconoscimento. Personalmente, credo che la traduzione letteraria spesso richieda abilità leggermente diverse dalla traduzione puramente tecnica. La lingua, in un romanzo o in una poesia, non viene usata soltanto per comunicare delle informazioni, ma è piuttosto uno strumento con il quale coinvolgere il lettore intellettualmente ed emotivamente. Quindi, certo, va da sé che che un traduttore letterario dovrà avere una sensibilità linguistica e una flessibilità leggermente diverse, ma il processo resta fondamentalmente lo stesso. Sono le abilità complementari che sono importanti se si vuol tradurre l’opera di  un grande scrittore anziché un manuale scritto coi piedi. Tuttavia, come sottolinea Ricketts (che spero mi perdonerà se lo traduco al volo):

la traduzione editoriale (ossia letteraria) costituisce meno del 10% dell’intero mercato della traduzione

Ora, parliamo delle abilità necessarie a tradurre tanto quel 10% quanto il restante 90%. Ricketts le descrive molto accuratamente:

Cioe, sul serio. Possiamo smetterla di parlare di arte, per favore?

Parliamo invece di abilità. Come la capacità di scrivere in maniera chiara e competente nella vostra lingua madre; la pazienza necessaria a capire quel che state leggendo; la padronanza di un vocabolario vasto e altamente flessibile, la sensibilità necessaria a riconoscere un’ampia gamma di registri linguistici; una vasta conoscenza di un particolare settore, se siete specialisti; un’ampia cultura generale, che siate specialisti o meno; familiarità non soltanto con quel che il testo “significa” ma con il come lo significa; competenza nell’editing; eccellente padronanza della vostra lingua madre.

Tutte queste non sono arti appena abbozzate, appannaggio esclusivo delle sacerdotesse delle Muse. Si tratta di capacità professionali che si affinano facendo pratica ed esperienza, e lavorando sodo.

E tutte quante si possono insegnare.

Esattamente. Fra l’altro, a tradire l’insegnabilità dell’arte, c’è il detto “Impara l’arte e mettila da parte”. Qui però ci troviamo davanti a un fenomeno affascinante. Uno slittamento semantico avvenuto nell’ultimo secolo, o forse anche solo negli ultimi sessant’anni e qualcosa. Quella concezione oscura e metafisica dell’arte. Quell’arte pretenziosa. Eppure l’arte è ed è sempre stata fondamentalmente qualcosa di pratico. Soltanto che, ad un certo punto, schiere di bohémien ubriachi, fricchettoni, e tossici punkettari, accomunati dal troppo tempo libero, hanno cominciato a spingere quest’idea secondo la quale era tutta una questione di ispirazione, mentre abilità e tecnica erano idee reazionarie da sfigati borghesi. Ancora non capisco perché prendiamo sul serio quest’idea. Ci sono addirittura accademie d’arte dove non si impara più a disegnare la figura umana, e questo mostra una sinistra tendenza a negare l’importanza dell’abilità tecnica. Ma allora cos’è l’arte? L’infinito ed infinitamente pretenzioso dibattito volto a definirla non è cosa per me, quindi ho semplicemente deciso di controllare un qualsiasi dizionario:

arte (s.f.)
1. Attività dell’uomo basata sul possesso di una tecnica, su un sapere acquisito sia teoricamente che attraverso l’esperienza; in tal senso, coincide anche con un mestiere che richieda un’abilità specifica […] 2. Produzione di opere adeguate ai canoni estetici del bello […] 4. Abilità nel compiere una data azione […]

Il dizionario etimologico online (in inglese) parla di “abilità tecnica”, “capacità”, “modo”, “maestria”. Nulla che suggerisca significati del tipo “roba prodotta un po’ a caso da fannulloni arroganti ed incompetenti che non hanno voglia di imparare alcunché e, terrorizzati dall’idea di lavorare, tentano di convincere abbastanza persone che sono in realtà dei geni.”

Ovviamente Wendell Ricketts, assai pragmaticamente, dà per assodato questo slittamento semantico, e accetta che, se quella è l’immagine che prende forma nella mente della gente quando sente la parola “arte”, potrebbe essere saggio smettere di parlare di arte e usare invece la parola “abilità”. E la cosa ha molto senso. Tuttavia non riesco ad ignorare il bisogno di riappropriarsi della parola “arte” e di restituirle il suo significato. Dovrebbe essere una questione di abilità e di capacità tecniche, di maestria a fare il proprio mestiere. Io è questo che intendo quando parlo dell’arte della traduzione. E poi, ammettiamo il vezzo estetico, “l’arte della traduzione” suona proprio bene…

IMMAGINE: St.Jerome – Ink Drawing, di Philip Bitnar

  • 1 Attività dell’uomo basata sul possesso di una tecnica, su un sapere acquisito sia teoricamente che attraverso l’esperienza; in tal senso, coincide anche con un mestiere che richieda un’abilità specifica: a. del fabbro; a. del ferro || a. marziali, tecniche di difesa personale che non prevedono l’uso di armi ma solo abilità fisiche | a regola d’a., alla perfezione | fatto ad a., deliberato, voluto dall’uomo | l’a. del Michelaccio, il non far nulla
  • 2 Produzione di opere adeguate ai canoni estetici del bello, prevalenti nei diversi periodi storici; l’opera stessa così prodotta (spec. se di tipo figurativo); l’insieme di tali opere di un autore, di un periodo: l’a. del Rinascimento || a. maggiori, architettura, scultura, pittura | a. minori, miniatura, ceramica, oreficeria, falegnameria ecc. | a. sacra, destinata ad arredi, edifici di culto | in a., espressione che introduce il nome usato pubblicamente da un artista e diverso da quello anagrafico
  • 3 Attitudine mimica e interpretativa: a. drammatica || figlio d’a., figlio di persone che lavoravano nello stesso ambiente, in partic. nello spettacolo
  • 4 estens. Abilità nel compiere una data azione

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Peanut Depot - Morris Avenue, by Alby HeadrickEbbene sì, sono ancora vivo. C’è stato un giugno da record in quanto a fatture, dovevo consegnare la traduzione di un romanzo per fine mese, e poi, volete mica che si ignori la Coppa del Mondo, vero?

[Nota: prepararsi all’imprevedibile, in caso l’imprevedibile si materializzi.]

Lo so, la mia latitanza è stata imbarazzante. Ma immagino che tutti siano riusciti a dormire la notte, nonostante tutto…

Quindi, senza indugi, torniamo a parlare di traduzione. Parliamo di noccioline. Oggi vorrei analizzare una delle tante “offerte di lavoro” che ricevo quasi altrettanto spesso che le imperdibili promozioni sul Viagra canadese.

Si tratta di un’offerta ricevuta diverso tempo fa, e sulla quale è un po’ che vorrei ragionare.

Hello,

I’m looking for a professional English to Italian translator to provide translations/localizations for several projects we have coming up.

Fantastico! Sono esattamente l’uomo che fa per lui, e questo signore ha diversi progetti in arrivo! Forse è la mia chance di accaparrarmi un cliente remunerativo.

We are an old business, but more recently our clients have started to request translation projects. These projects are quite large for us and are seeking the services of a translator that can help us with these and future projects.

Hmm, aspetta un po’. Quindi il tizio non gestisce un’agenzia di traduzione, bensì un altro tipo di attività (copywriting, sarei venuto a sapere tramite una rapida ricerca su Google), e anziché affidare i suoi clienti alle cure di traduttori affermati, ha pensato bene di agire da intermediario e farsi una bella cresta su una transazione in cui lui risulta del tutto inutile.

These websites are tourist and hospitality websites (currently) and marketing documents. It’s important that translations are 100% culturally accurate and read in perfect Italian.

Le traduzioni devono essere culturalmente accurate al 100% e devono essere scritte in perfetto italiano?!? Cazzo, ma veramente? Aspetta che me lo segno, mi sa che potrebbe aver ragione, il ragazzo! Mi si perdoni il sarcasmo, ma questo paio di righe mostra che o il tizio ha una comprensione assai limitata di cos’è la traduzione, oppure è abituato a lavorare con pessimi traduttori per i quali i requisiti di cui sopra non sono lo standard. Probabilmente entrambe le cose, ovverosia: il tizio non capisce a fondo quale sia il processo che sta dietro una traduzione, ripete a pappagallo, e a causa della propria incompetenza non è stato in grado di coinvolgere traduttori di qualità. Ergo, lavora soltanto con pessimi traduttori.

Please let me know if you are interested in this first project for approximately US$0.015 per source word of approximately 127,250 words.

Aspetta un po’. Son tante parole, eh. A fare una stima, direi che il traduttore medio ci potrebbe mettere le sue 200 ore. Non fosse che la tariffa offerta è un decimo di quel che chiedo di solito. Il totale sarebbe di US$1908 (circa € 1500), per una paga oraria che si aggirerebbe grossomodo sui US$ 9.50 (o € 7.50), lordi, ovviamente. Un mio amico, se non vado errato, guadagna altrettanto al Blockbuster di Savona. Mia madre guadagna più o meno altrettanto come tata sottopagata. Una donna delle pulizie, qui in Australia, chiede circa il doppio. Chi me l’ha fatto fare – verrebbe da chiedersi – di iscrivermi all’università, finirla in tempo, finirla bene, e farmi il mazzo per parlare quattro lingue nonché imparare a tradurre?

Vale poi la pena notare come questo paragrafo sia inestricabilmente legato al precedente. Se un’agenzia offre compensi tanto ridicoli, non sorprende che lavori simili finiscano tutti a traduttori scarsi, inesperti o disperati. E gli appartenenti a una qualsiasi delle categorie suddette avrà difficoltà a produrre una traduzione di qualità. L’inesperto potrebbe arrivarci, un giorno, ma la prostituzione di sicuro non è una scorciatoia.

The budget is limited on this first project but we are happy to put it in writing that future projects will be paid at a higher agreed rate. The second project is approximately 110,000 words and the price per word will be higher for this.

Other range projects from 10,000 – 150,000 words and will be higher price per word.

Ah, ecco! I prossimi progetti saranno retribuiti secondo una tariffa più alta, concordata in anticipo. Non che ne suggerisca una, il tizio, che peraltro si dichiara disposto a mettere per iscritto che per i prossimi progetti mi pagheranno di più. Sarò inguaribilmente sospettoso, ma mi chiedo se sia anche disposto a mettere per iscritto che ci saranno altri progetti.

Ma non è questo il punto fondamentale di quest’ultimo paragrafo. Ancora una volta, tocca porre l’accento questa situazione più o meno unica, nella quale il cliente pretende di avere il diritto di decidere la tariffa del traduttore. Pensateci, non ci sono poi così tanti casi nei quali chi usufruisce di un servizio decide il prezzo del servizio stesso. Di solito è il contrario. Provate a salire sul treno offrendovi di pagare soltanto un decimo del biglietto, non una lira di più. Fatemi sapere se arrivate lontano. O ancora, fate rifare la facciata del palazzo a quell’imbianchino che, stranamente, chiede un quinto dei suoi concorrenti. Scommetto che non sarete entusiasti del risultato.

I do hope we can forge a relationship together. I look forward to hearing from you and answering all of your questions.

E ci credo. Chi non vorrebbe intessere una relazione con qualcuno disposto a lavorare per un quinto o un decimo di quel che dovrebbe guadagnare?

Oltretutto, pur ammettendo di aver risposto a questa mail con un raro cocktail di spocchia e acidità, l’ho preso in parola riguardo la sua smania di rispondere a tutte le mie domande, facendogliene diverse. Lui, manco a dirlo, non ha mai risposto.

FOTO: Peanut Depot – Morris Avenue, by Alby Headrick

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Come sapete, questo blog è orgoglioso di sostenere il Movimento No Peanuts! for Translators. Ci lamentiamo spesso – e con buone ragioni – di essere sfruttati da agenzie di traduzione, clienti, e siti web che sostengono di fornire un ottimo servizio ai traduttori quando in realtà ciò che fanno è perpetuare ed ottimizzare detto sfruttamento. Purtroppo, però, il problema peggiore, e di gran lunga il più dannoso per la nostra professione, viene da colleghi traduttori. Alcuni magari si accontentano di lavorare per le briciole. Ad altri invece manca qualsiasi parvenza di senso etico. Oggi vorrei condividere alcuni estratti dalla mia corrispondenza con M.N. (sarò un signore, o no?) del S.L.C. (e due…) Ho tradotto al volo il testo delle email, originariamente in inglese.

Il suddetto Mr. N. aveva bisogno della traduzione di un testo molto breve (342 parole) dall’inglese all’italiano, e quindi ha subappaltato il lavoro al sottoscritto.

Il 13 ottobre gli mando la mia traduzione, con tanto di fattura per $85.50. Il tizio neanche mi risponde con un laconico ‘grazie’. Niente.

Il 4 novembre, non avendo ancora ricevuto i soldi, gli scrivo un’email:

Buongiorno M,

Mi chiedevo quando pensava di riuscire a pagarmi per la traduzione XXXXXXX.

Grazie

Giuseppe

A cui lui risponde con

Aspettiamo il pagamento per la prossima settimana. Posso assicurarti che non scappiamo.grazie
m

Non c’è problema. A parte che, il 7 gennaio, mi rendo conto che questo tizio ancora non mi ha pagato. Quindi, pur ricordandomi del codice deontologico che mi richiede di essere educato e cortese e diplomatico, gli scrivo un’altra e-mail:

Buongiorno M,

Ho appena notato che non ho ancora ricevuto il pagamento per la traduzione XXXXXXX. Sono passati tre mesi, nonché due dalla sua lettera di rassicurazione. La prego di effettuare il pagamento appena possibile.

Grazie

Giuseppe

Al che lui mi risponde con un messaggio davvero professionale

Ancora non hanno pagato. Chiuso per natale. Credo prossima settimana
m

Poi, miracolo dei miracoli, il 19 gennaio noto il versamento sul mio conto, soltanto che ammonta soltanto a $68.00. Faccio un bel respiro profondo, conto fino a dieci, ripetendomi intanto che  “i traduttori devono cercare di risolvere ogni dissidio con i propri colleghi con spirito collaborativo, costruttivo e professionale”, dopodiché gli scrivo ancora un’email:

Buongiorno M,

Ho finalmente ricevuto il pagamento per la traduzione XXXXXXX. L’unico problema è che la mia fattura era per $85.50 (la trova allegata al presente messaggio) ma io ho soltanto ricevuto $68 sul mio conto. La prego di versare altri $17.50.

Distinti saluti

Giuseppe M Brescia

Ora, sono 17 dollari. La metà di quel che faccio pagare per un certificato di nascita. Non mi interessa. Ma il principio, quello che sì che mi fa ribollire il sangue nelle vene. Specialmente quando il server mi informa che M.N. ha letto l’email, ma mica si è degnato di rispondere. Quasi me ne dimentico; per fortuna ho una vita. Solo che il 10 di febbraio ci ripenso, e gli mando l’ennesima e-mail:

M,

Venti giorni fa – più di tre mesi dopo aver portato a termine un lavoro per lei – le ho mandato il seguente messaggio:

[…]

Non ho neppure ricevuto un cenno che confermasse l’avvenuta ricezione del messaggio. Si renderà conto che nonostante siano soltanto $17.50, si tratta pur sempre di un 20% abbondante di ciò che mi doveva. Tuttavia temo che non abbiamo mai parlato di un simile sconto.

Apprezzerei molto se potesse rispettare il codice deontologico della nostra professione e pagarmi quanto mi deve.

Distinti saluti

Giuseppe Manuel Brescia

Al che, finalmente, lui risponde con la seguente:

Ogni tanto dobbiamo essere competitivi e abbassare i prezzi. Era una di quelle occasioni. Spero che tu capisca.

M

Ora è troppo, caro M.N. Ora è troppo. Faccio davvero fatica, ma riesco a risultare educato. Tuttavia, non mi si richiedano carinerie.

No, M. Non capisco. E non mi piace che si approfitti di me.

Ci siamo accordati su una tariffa. Ho fatturato in base a quella tariffa. Mi deve pagare per quanto ho fatturato. Poi, naturalmente, lei è liberissimo di vendere la traduzione al suo cliente al costo che più le aggrada. Gliela può anche dare gratis, ma mi deve pur sempre pagare. Mi spiace doverle dire che la sua scusa è del tutto irrilevante.

Mi permetta di fare il punto della situazione:

Lei non ha mai accennato a un tale “abbassamento del prezzo”. Ha costantemente ritardato la data del pagamento, e ci sono voluti più di tre mesi, durante i quali, come dicevo, non ha mai neppure accennato a questo cosiddetto abbassamento del prezzo. Alla fine, dopo tre mesi, mi ha pagato il 20% in meno di quel che mi doveva, senza nemmeno farmelo sapere, o spiegarmi il perché. Dopodiché le ho mandato due e-mail,e dopo venti giorni lei ancora non mi aveva pagato, né aveva risposto alle e-mail, e addirittura neanche aveva confermato l’avvenuta ricezione. Alla fine le ho mandato quest’ultima e-mail e lei ha partorito questa scusa senza senso.

Glielo chiedo un’ultima volta, dato che è buona educazione risolvere i nostri dissidi fra noi, e in maniera civile:

intende onorare il suo debito e pagarmi quanto mi deve, oppure no?

Nel caso non dovesse rispondermi, la considererò una risposta negativa, e prenderò le misure necessarie per difendere il mio interesse, nonché l’integrità e la dignità della nostra professione.

Distinti saluti

Giuseppe M Brescia

Ora, ovviamente lui non ha risposto, e io non ho preso misura alcuna, perché il gioco non valeva una candela da $17.50. Ed è esattamente per questo che quest’uomo si comporta come si comporta. Non penso che ci sia molto da aggiungere. La gente come M.N. è, secondo il mio modesto parere, addirittura peggio delle agenzie negriere e dei clienti disonesti, perché questo signore è un traduttore professionista, accreditato dalla NAATI come me. Sta sfruttando e mancando di rispetto ad un collega, per la stratosferica cifra di 17 dollari australiani. So che paragonarlo ad un kapò potrà sembrare un tantino pesante, ma personalmente sono pronto a scommettere che erano esattamente persone di questa fibra a diventarlo. Fortunatamente, al giorno d’oggi, e in questi lidi, è solo questione di briciole.

Tuttavia, come possiamo aspettarci che la gente rispetti i traduttori, quando i traduttori non riescono nemmeno a rispettare i propri colleghi, e di conseguenza loro stessi?

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Tower of Babel

Non credo sia necessario essere dei linguisti provetti per notare che la lingua che parliamo sembra plasmare il nostro modo di pensare, e il funzionamento del nostro cervello. Dagli anni ’60, tuttavia, abbiamo praticamente accettato l’idea della grammatica universale proposta da Chomsky, ovverosia la tesi che il cervello umano sia predisposto al linguaggio e che contenga in sé un programma in grado di decifrare le regole comuni a qualsiasi lingua madre.

Grazie a The virtual linguist ho trovato questo interessante articolo su New Scientist a proposito delle tesi dei linguisti Nicholas Evans, dell’Australian National University di Canberra e Stephen Levinson dell’Istitituto Max Planck di Psicolinguistica di Nimega, nei Paesi Bassi. I due sostengono che

il cervello di un bambino non è pre-progammato con regole linguistiche astratte. Le sue impostazioni iniziali invece sono molto più semplici: il primo lavoro del cervello è quello di costruire un cervello molto più complesso. E ciò avviene grazie all’uso di ogni input disponibile, linguaggio compreso. Questo potrebbe significare che i parlanti di lingue diverse hanno anche cervelli diversi, dice Levinson.

E potrebbe significare che quel che Chomsky ed altri definiscono “innato” sia in realtà il prodotto di un “programma” molto più semplice e meno rigido. Evans e Levinson sostengono che non vi siano universali linguistici assoluti, bensì

un misto di tendenze, più o meno forti, che caratterizzano l’ibrido “bio-culturale” che chiamiamo linguaggio.

Il che significa che c’è molto più spazio per le variazioni di quanto non ci si aspetti comunemente. Un passaggio assai interessante sottolinea come

fra gli umani c’è molta più varietà di quanto pensassimo, e i nostri cervelli funzionano diversamente a seconda dell’ambiente linguistico in cui siamo cresciuti.

Ammetto che Psicolinguistica e Neurolinguistica sono due dei campi di ricerca più affascinanti per uno come me, ossessionato dal linguaggio. Tuttavia, al di là della curiosità, credo che questo genere di ricerca spesso affronti problematiche che possono tornare molto utili ad un traduttore che cerchi di spiegare al grande pubblico cosa sia la traduzione, e di favorire la comprensione e il riconoscimento del nostro lavoro. Nell’articolo leggiamo, ad esempio che

Gli studi degli ultimi due decenni hanno mostrato che in molte lingue manca una categoria avverbiale aperta, il che vuol dire che il numero di avverbi disponibili è limitato. […] Più controversa è la tesi di alcuni linguisti secondo cui alcune lingue, come il Salish degli Stretti, parlata da alcune popolazioni indigene delle regioni nord-occidentali dell’America Settentrionale, non farebbero distinzione fra sostantivi e verbi, e che userebbero invece un’unica categoria che comprende eventi, entità e qualità.

Per quanto controversa, quest’ultima ipotesi ci permette di speculare riguardo le implicazioni che un simile fenomeno avrebbe in termini di traduzione. Quanto dovremmo modificare un testo scritto in una lingua simile, se dovessimo tradurlo in italiano? Si tratta di uno di quei casi in cui un esempio piuttosto estremo ci permette di capire a fondo il processo traduttivo e le abilità necessarie ad affrontarlo. E c’è di più. Apparentemente

I kiowa del nord America usano un marcatore plurale che significa “in numero inaspettato”. Usato con il termine “gamba”, il marcatore significa “una o più di due”. Usato con “pietra” significa “soltanto due”.

Ovviamente, se dovessimo tradurre dal kiowa all’italiano, dovremmo chiedere lumi al fine di ottenere maggiori informazioni – quell’uomo ha una gamba sola o ne ha più di due? Informazioni che un parlante kiowa non inserirebbe nell’espressione ma che la mente italofona troverebbe necessarie, non accontentandosi di sapere che qualcuno ha “un numero inaspettato” di gambe.

L’esempio più affascinante citato dall’articolo su New Scientist è

“rawa-dawa”, un’espressione della lingua mundari parlata nel subcontinente indiano, che significa “la sensazione di quando improvvisamente ti rendi conto che puoi fare qualcosa di riprovevole, e non c’è nessun testimone.”

Credo valga la pena far notare ai non-addetti ai lavori che fare da ponte tra differenze linguistiche così fondamentali è il lavoro quotidiano di un traduttore, nonché un esempio perfetto per suscitare nel pubblico una riflessione riguardo le abilità necessarie a superare le sfide che ci troviamo ad affrontare nei nostri spesso sottopagati sforzi di decodificazione e ricodificazione.

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No Peanuts! No, state tranquilli, non ho nulla contro le noccioline. E il burro d’arachidi, poi… È che, a partire da ieri, questo blog è orgoglioso di sostenere il movimento No Peanuts! for Translators lanciato da Wendell Ricketts e Stefano Kalifire. Scopo del movimento? Beh, smetterla di lavorare per poche briciole (o, per dirla all’inglese, di lavorare per delle noccioline).

Sono entusiasta di unirmi ad altri traduttori determinati ad ottenere il giusto riconoscimento per la nostra professione, e in grado di capire che “Se ognuno di noi insistesse per avere una paga dignitosa, riceveremmo una paga dignitosa”.

Vi invito a leggere la Dichiarazione di principi di No Peanuts! sul blog. Per i non-traduttori che  – comprensibilmente – non hanno tempo o voglia di leggersi tutto, tenterò di riassumere le idee fondamentali della dichiarazione.

Prima di tutto, noi traduttori dovremmo rifiutare qualsiasi paga non ci permetta di vivere decorosamente ed educare le agenzie, gli editori e gli altri clienti, spiegando che una traduzione di qualità vale di più, dovrebbe costare di più, e sopratutto è un buon investimento da parte loro. Dovremmo sottolineare che, come in qualsiasi altro campo, le capacità e l’esperienza contano, e sarebbe intelligente da parte loro pagare di più per avere traduzioni di migliore qualità. Quando un traduttore pratica tariffe basse, quasi sempre il cliente riceve traduzioni di bassa qualità, quindi la situazione è controproducente sia per il traduttore, sia per il cliente. Molti principianti praticano tariffe molto basse per cercare di “farsi notare” o “a causa del mercato”, tuttavia, come giustamente viene sottolineato nella dichiarazione:

Se non fai parte del Movimento No Peanuts! [niente briciole!] , allora fai parte della sua controparte: Peanuts for Everyone! [Briciole per tutti!]

E ancora, i traduttori devono riprendere in mano il proprio ruolo nel rapporto cliente/fornitore di servizi, un rapporto degenerato al punto che molti clienti pensano di poter imporre le tariffe ai traduttori. Per darvi un’idea di quanto la situazione sia grave, userò un’eccellente metafora che ho trovato qualche tempo fa in una delle segnalazioni su Il Segno di Caino:

Vi sedete al tavolo di un ristorante. Dopo aver consultato il menù, chiamate il padrone. “Questa bistecca è troppo cara,” gli dite. “Gliela pago la metà, e compresa nel prezzo voglio anche una bottiglia di vino. Però se non vedo tutto sul tavolo entro dieci minuti, non se ne fa niente. ” E il ristoratore non ha possibilità di fare ricorsi di sorta: gli tocca accettare, oppure perdere l’opportunità di guardagnare perlomeno il 50% del costo reale della bistecca.

Divertente, eh? Penserete che sia un paradosso, un’esagerazione un po’ teatrale. In realtà non lo è. È così che funziona, per molta gente. Ora basta. Basta briciole per i traduttori! O almeno per me, sebbene nel mio testardo orgoglio possa vantarmi di non averne mai accettate.

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