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Posts Tagged ‘Noam Chomsky’

Tower of Babel

Non credo sia necessario essere dei linguisti provetti per notare che la lingua che parliamo sembra plasmare il nostro modo di pensare, e il funzionamento del nostro cervello. Dagli anni ’60, tuttavia, abbiamo praticamente accettato l’idea della grammatica universale proposta da Chomsky, ovverosia la tesi che il cervello umano sia predisposto al linguaggio e che contenga in sé un programma in grado di decifrare le regole comuni a qualsiasi lingua madre.

Grazie a The virtual linguist ho trovato questo interessante articolo su New Scientist a proposito delle tesi dei linguisti Nicholas Evans, dell’Australian National University di Canberra e Stephen Levinson dell’Istitituto Max Planck di Psicolinguistica di Nimega, nei Paesi Bassi. I due sostengono che

il cervello di un bambino non è pre-progammato con regole linguistiche astratte. Le sue impostazioni iniziali invece sono molto più semplici: il primo lavoro del cervello è quello di costruire un cervello molto più complesso. E ciò avviene grazie all’uso di ogni input disponibile, linguaggio compreso. Questo potrebbe significare che i parlanti di lingue diverse hanno anche cervelli diversi, dice Levinson.

E potrebbe significare che quel che Chomsky ed altri definiscono “innato” sia in realtà il prodotto di un “programma” molto più semplice e meno rigido. Evans e Levinson sostengono che non vi siano universali linguistici assoluti, bensì

un misto di tendenze, più o meno forti, che caratterizzano l’ibrido “bio-culturale” che chiamiamo linguaggio.

Il che significa che c’è molto più spazio per le variazioni di quanto non ci si aspetti comunemente. Un passaggio assai interessante sottolinea come

fra gli umani c’è molta più varietà di quanto pensassimo, e i nostri cervelli funzionano diversamente a seconda dell’ambiente linguistico in cui siamo cresciuti.

Ammetto che Psicolinguistica e Neurolinguistica sono due dei campi di ricerca più affascinanti per uno come me, ossessionato dal linguaggio. Tuttavia, al di là della curiosità, credo che questo genere di ricerca spesso affronti problematiche che possono tornare molto utili ad un traduttore che cerchi di spiegare al grande pubblico cosa sia la traduzione, e di favorire la comprensione e il riconoscimento del nostro lavoro. Nell’articolo leggiamo, ad esempio che

Gli studi degli ultimi due decenni hanno mostrato che in molte lingue manca una categoria avverbiale aperta, il che vuol dire che il numero di avverbi disponibili è limitato. […] Più controversa è la tesi di alcuni linguisti secondo cui alcune lingue, come il Salish degli Stretti, parlata da alcune popolazioni indigene delle regioni nord-occidentali dell’America Settentrionale, non farebbero distinzione fra sostantivi e verbi, e che userebbero invece un’unica categoria che comprende eventi, entità e qualità.

Per quanto controversa, quest’ultima ipotesi ci permette di speculare riguardo le implicazioni che un simile fenomeno avrebbe in termini di traduzione. Quanto dovremmo modificare un testo scritto in una lingua simile, se dovessimo tradurlo in italiano? Si tratta di uno di quei casi in cui un esempio piuttosto estremo ci permette di capire a fondo il processo traduttivo e le abilità necessarie ad affrontarlo. E c’è di più. Apparentemente

I kiowa del nord America usano un marcatore plurale che significa “in numero inaspettato”. Usato con il termine “gamba”, il marcatore significa “una o più di due”. Usato con “pietra” significa “soltanto due”.

Ovviamente, se dovessimo tradurre dal kiowa all’italiano, dovremmo chiedere lumi al fine di ottenere maggiori informazioni – quell’uomo ha una gamba sola o ne ha più di due? Informazioni che un parlante kiowa non inserirebbe nell’espressione ma che la mente italofona troverebbe necessarie, non accontentandosi di sapere che qualcuno ha “un numero inaspettato” di gambe.

L’esempio più affascinante citato dall’articolo su New Scientist è

“rawa-dawa”, un’espressione della lingua mundari parlata nel subcontinente indiano, che significa “la sensazione di quando improvvisamente ti rendi conto che puoi fare qualcosa di riprovevole, e non c’è nessun testimone.”

Credo valga la pena far notare ai non-addetti ai lavori che fare da ponte tra differenze linguistiche così fondamentali è il lavoro quotidiano di un traduttore, nonché un esempio perfetto per suscitare nel pubblico una riflessione riguardo le abilità necessarie a superare le sfide che ci troviamo ad affrontare nei nostri spesso sottopagati sforzi di decodificazione e ricodificazione.

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Tower of Babel

I don’t think it takes a linguist to notice that the language we speak seems to shape the way we think, and how our brain works. Since the 1960s, though, we have pretty much accepted Chomsky’s idea of a universal grammar, or, to put it briefly, that the human brain is born language-ready, with an in-built program that is able to decipher the common rules underpinning any mother tongue.

Thanks to The virtual linguist, I found this very interesting article on the New Scientist about the ideas being put forward by linguists Nicholas Evans of the Australian National University in Canberra and Stephen Levinson of the Max Planck Institute for Psycholinguistics in Nijmegen, the Netherlands. They argue that

the brain of a child does not arrive pre-programmed with abstract linguistic rules. Instead, its initial setting is much simpler: the first job of the brain is to build a more complicated brain. This it does using any input that it gets, including language. This could mean that speakers of very different languages have quite different brains, says Levinson.

This could mean that what Chomsky and others see as “innate” is actually the product of a much simpler and less rigid form of hard-wiring. Evans and Levinson argue that there are no absolute language universals, but rather

a mix of strong and weak tendencies that characterises the “bio-cultural” hybrid we call language.

This means that there is more room for variation than we might expect. A very interesting passage points out how

humans are more diverse than we thought, with our brains having differences depending on the language environment in which we grew up.

I have to admit that Psycholinguistics and Neurolinguistics are two of the most fascinating  fields of research for a language freak like me. But besides the curiosity, I think this kind of research often addresses many interesting points that can be very useful for translators to explain to the general public what translation is and to advance the understanding and recognition of our work. For example, we read that

Work in the past two decades has shown that several languages lack an open adverb class, which means the number of adverbs available is limited. […] More controversially, some linguists argue that a few languages, such as Straits Salish, spoken by indigenous people from north-western regions of North America, do not even have distinct nouns or verbs. Instead they have a single class of words to encompass events, entities and qualities.

This last point, however controversial, allows us to speculate on the implications it would have in terms of translation. How massively would we need to rework a text originally written in such a language, if we were to translate it into English? It’s one of those cases where an extreme example allows us to better understand the translation process and the skills needed in order to carry it out. And there is more. Apparently,

The Kiowa people of North America use a plural marker that means “of unexpected number”. Attached to “leg”, the marker means “one or more than two”. Attached to “stone”, it means “just two”.

Obviously, if we were to translate between Kiowa and English, we would need to enquire further in order to obtain extra information – does that man have one leg or more than two? Information that a Kiowa speaker won’t include in the expression but that is felt as necessary by the English-speaking mind, which won’t be content to know that someone has an “unexpected number” of legs.

The most fascinating example from the New Scientist article, though, is that of

“rawa-dawa”, from the Mundari language of the Indian subcontinent, meaning “the sensation of suddenly realising you can do something reprehensible, and no one is there to witness it”

It is worth pointing out that bridging such fundamental differences between languages is a translator’s daily task, and a perfect example to make people think about the skills needed to overcome the challenges we face in our often underpaid decoding and re-encoding efforts.

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