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Posts Tagged ‘Martin Riker’

Qualche giorno fa, grazie all’ottimo post di ArabLit, ho trovato un interessante articolo sul Telegraph, l’ennesima recensione di Why Translation Matters di Edith Grossman. Questa volta il recensore è Michael Hofmann.

La posizione di Hofmann è piuttosto critica, non tanto verso le idee di Grossman, quanto nei confronti della forma in cui il libro le esprime. Hofmann fa notare come i migliori pensieri di un traduttore sulla traduzione si troveranno nelle sue traduzioni, e come libri di questo genere troppo spesso finiscano per non avere un pubblico preciso. Non sono per i colleghi traduttori, per i quali si tratta spesso di cose già sentite, e non sono né per “i nemici della traduzione”, né “per il grande pubblico.”

I trucchi da professoressa mettono in imbarazzo la scrittrice: domande retoriche, brandelli di gergo accademico con relativi sproloqui, troppe citazioni di troppe “autorità”, sterili liste in cui si elencano gli attributi delle parole, le caratteristiche dello stile, le glorie degli autori.

Hofmann mette a fuoco un problema reale. Noi traduttori desideriamo continuamente che la gente sia più conscia dell’importanza della nostra arte, ma ci sono troppi casi in cui i nostri sforzi non raggiungono il bersaglio. I traduttori si avventurano spesso in opere di stampo accademico, ma ciò rende molto difficile che il grande pubblico ne sia a conoscenza e legga tali opere, non parliamo poi di capirle. D’altro canto, tuttavia, gli ambienti accademici finora sono stati fondamentalmente incapaci di prendere sul serio la traduzione. Qualche mese fa, un interessante articolo su The Chronicle of Higher Education ha parlato di questo problema, dando anche una piccola buona notizia (il convegno della Modern Language Association del 2009 era incentrato sulla traduzione) :

Proprio come gli editori hanno la spiacevole tendenza a non pensare neppure di stampare il nome del traduttore in copertina – l’idea è che una traduzione si venderebbe meno facilmente – allo stesso modo nelle università si è finora preferito non parlare di traduzione con i candidati in cerca di un posto, di una promozione o di una cattedra. Sembra quasi che la traduzione sia un brutto vizio, come il gioco d’azzardo, che i candidati dovrebbero tenere nascosto anziché pubblicizzare.

Addirittura ti danneggia, il che è sconvolgente se consideriamo che la traduzione è da 3.000 anni il cuore del sapere letterario,” fa notare Esther Allen, assistente professore del dipartimento di lingue moderne e letteratura comparata al Baruch College della City University of New York

Sulla stessa lunghezza d’onda, Martin Riker ha scritto, anche lui in seguito al meeting della MLA:

Nonostante la stragrande maggioranza dei traduttori professionisti si guadagni da vivere insegnando nelle università, una simile devozione non è certo reciproca, dato che gli ambienti universitari, dal canto loro, finora sono stati incapaci di considerare la traduzione una disciplina artistico-intellettuale che merita rispetto.

Sembra che siamo ancora una volta presi in mezzo. Ci ritroviamo nell’ennesima Translation Zone. Temiamo che il lettore medio non capirà le nostre sottigliezze o che semplicemente non gli interesserà sapere cosa sta dietro a una traduzione, a patto che si legga bene. Così ci rivolgiamo ad un esiguo gruppo di persone in grado di capire le minuzie del caso, ma l’immenso sforzo necessario ad entrare e il modo in cui quel mondo funziona non ci aiuterà granché ad ottenere i riconoscimenti per cui lottiamo.

Prendendomi cura di questo blog ho sentito spesso una tensione simile. Come due forze opposte, una delle quali mi tira verso una divulgazione senza fronzoli volta a far capire l’importanza del nostro lavoro e le ragioni per cui dovremmo essere meglio pagati e valorizzati, e l’altra che mi tira verso un approccio più sofisticato, autorevole ed elitista, che quantomeno scimmiotti l’approccio accademico. Quel che trovo interessante è che non sembra sia in grado di arrendermi a nessuno dei due. Non voglio semplicemente parlare sommariamente per esempi, e di certo non voglio risultare ermetico alle orecchie di quei lettori che vorrei invece sensibilizzare.

Ma dopotutto sono sospeso fra i paesi e le culture, fra le lingue e le classi sociali. Tanto vale restare sospeso fra il divulgare ed il filosofeggiare.

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A few days ago, thanks to ArabLit, I found a very interesting article on the Telegraph, a review of Edith Grossman’s Why Translation Matters by Michael Hofmann.

Hofmann’s take is fairly critical, not of the ideas that Grossman puts forward, but certainly of the form she has chosen. He points out how a translator’s best thinking about translation will be in their translations, and how this kind of book too often ends up being aimed at no one in particular. It’s not for fellow translators, and it’s neither for “the enemies of translations” nor “the generality”.

Tricks from the lecturer’s bag let down the writer: rhetorical questions, bits of academic jargon and waffle, too many quotations from too many “authorities,” sterile listings of the attributes of words, the qualities of style, the glories of authors.

Hofmann is onto something, here. We, as translators, often long for people to be more aware of the importance of our craft, but there are too many cases of our attempts backfiring. Translators often venture into academic writing, but this makes it highly unlikely that the general public will even hear about their book and read it, let alone understand it. On the other hand, though, academia has mostly failed to treat translation seriously. A few months ago, a very interesting article on The Chronicle of Higher Education addressed this problem, while also giving good news about minor progress (last year’s Modern Language Association meeting focused on translation) :

Just as publishers have had an unfortunate tendency not to bother putting translators’ names on book jackets—the idea being that translations are harder to sell—so hiring and tenure-and-promotion committees have preferred not to hear about the translation activities of the candidates whose dossiers they review. It’s almost as though translation is a bad habit, like gambling, that candidates should conceal rather than advertise.

“It actively works against you, which is amazing if you consider that for 3,000 years translation has been at the heart of literary scholarship,” says Esther Allen, an assistant professor in the department of modern languages and comparative literature at Baruch College of the City University of New York

Similarly, Martin Riker wrote, around the same time, and also following the MLA’s meeting:

Although the vast majority of professional-grade translators make their living as university professors, such devotion has hardly been reciprocated by academia itself, which traditionally has failed to treat translation as serious professional work or literary translation as a serious intellectual-artistic discipline.

It seems like we’re caught in between, once again. It is yet another Translation Zone we find ourselves in. We fear that the average reader won’t understand our subtleties or just won’t be interested in knowing what’s behind a translation, as long as it reads well. So we turn to a very small group of people who could understand the minutiae of our process, but the great effort needed to get in and the way that world works won’t really serve us to increase awareness and get recognition.

I have felt this tension in this first couple of months of maintaining this blog. Like two opposing pulls, one towards a no-frills popularisation of why a translator’s work is important and should be better paid and valued, and the other towards a more refined, more authoritative, more elitist approach, somewhat mimicking academic writing. What’s interesting is that I can’t seem to surrender to either of them. I don’t want to just talk casually about case studies, and I certainly don’t want to sound obscure to the very public I am trying to reach and make aware.

But then again, I’m in between countries and in between cultures, in between languages and in between social classes. I might as well just stay in between popularising and philosophising.

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